“Cecità”- come Saramago ha anticipato il Covid-19

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#Titolo: Cecità
#Autore: José Saramago
#Genere: Drammatico
#Casa Editrice: Feltrinelli
#Prezzo: € 9.50

In questa fresca serata di settembre, lasciato il caldo opprimente alle spalle, riesco finalmente a dedicare del tempo alla presentazione del libro, già molto noto, che sto portando a termine: “Cecità”, dell’autore portoghese José Saramago, pubblicato in Italia nel 1996 ed edito dalla Casa Editrice Feltrinelli.

Finito il periodo di lockdown, leggere quest’opera divenne per me più un bisogno che una scelta. Nel frastuono dell’“emergenza coronavirus”, speravo che quest’opera potesse aiutarmi a capire meglio quanto stava accadendo, nonché gli eventuali sviluppi sociali ed emotivi di una situazione fortemente precaria e sempre più confusa.

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Sin dalle prime pagine, ho avuto la forte sensazione di trovarmi sul filo sottile della sua trama che, come un ponte sospeso, è stato in grado di guidarmi nella comprensione delle vicissitudini umane e storiche di cui in questi mesi sono stata testimone.

Quindi, in questo folle 2020, che muove i destini del mondo con una frenesia difficile da sostenere, ho scelto di immergermi tra le pagine di un libro di cui tanto ho sentito parlare e che oggi voglio vivamente consigliare anche a voi.

“(…)E mi dice che è avvenuto all’improvviso, Sì, dottore, Come una luce che si spegne, Più come una luce che si accende (…)”

 L’universo letterario di Saramago permette innanzitutto di sperimentare uno spazio d’arte decisamente fuori dagli schemi, originale e nuovo, dove tempi e luoghi si rivelano dimensioni non fondamentali per la buona narrazione e per la credibilità della storia. Non abbiamo necessità qui di sapere il dove e il quando i fatti si stiano verificando, bensì è determinante inoltrarci nei significati che acquisiscono per i protagonisti e, soprattutto, per noi lettori.

L’autore non dà nome a nessuno dei suoi personaggi – l’identità in questo contesto non è definita infatti da un’etichetta, bensì da una caratteristica, un atteggiamento, una stortura a volte o, meglio ancora, dall’insieme di ciò che ciascuno dimostra di essere attraverso esternazioni e comportamenti. Ogni volto potrebbe essere il nostro, così come la fragilità dilagante sempre più profonda e palpabile…

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Lo stile narrativo, curato e fluido, risulta a mio parere innovativo e molto coinvolgente. L’autore non usa il discorso diretto e inserisce la punteggiatura in modo anticonvenzionale, conferendo all’opera una struttura più complessa ma di sicura efficacia comunicativa.

Egli per primo sembra fluttuare entro le vicissitudini personali dei protagonisti, invitandoci a seguirlo nel flusso dei pensieri e delle loro emozioni, che si incontrano e si scontrano, spesso incastrandosi tra loro nell’evidente difficoltà che si crea nel tentativo di comprendere gli eventi.

Pur trovando spiazzante lo stile narrativo di questo autore, è stato per me sufficiente prenderci un po’ di confidenza per lasciarmi accompagnare con fiducia tra le sue meravigliose pagine.

“…Se non siamo capaci di vivere globalmente come persone, almeno facciamo di tutto per non vivere globalmente come animali…”

In un giorno qualunque, mentre il mondo è concentrato nella propria rassicurante quotidianità, inizia a diffondersi un’epidemia che non lascia scampo: una dopo l’altra, milioni di persone perdono la vista. È una cecità lattiginosa, come se avvolgesse  tutto con un manto bianco e luminoso… ricorda infatti una luce, così forte da abbagliare e togliere ogni punto di riferimento.

Man mano che i ciechi aumentano vengono rinchiusi, in quarantena, in strutture precedentemente adibite a manicomi. Il governo infatti, colto di sorpresa, non sa come agire: prende tempo e spera la malattia smetta da sé di diffondersi.

Intanto, i malati vengono affidati alla custodia delle guardie, senza la possibilità di uscire e obbligati a seguire regole ferree rispetto alla gestione degli spazi e dei rapporti interpersonali. Ogni giorno il cibo viene consegnato in orari stabiliti, secondo indicazioni che non ammettono errori – la cura degli ambienti e la gestione di eventuali sepolture di defunti viene assegnata agli internati stessi, che dovranno organizzare il tutto in assoluta autonomia.

Dentro la struttura è difficile capire cosa accada fuori, il mondo diventa estraneo, la vita di prima é un ricordo lontano. È un’epidemia che si inerpica senza sosta, condizionando relazioni e dinamiche. Non ha confini né regole questa cecità e contagia senza distinzione di sesso, età o cultura, lasciando però totalmente ignote le modalità con cui agisce.

Solo una donna ne rimarrà immune, pur nel costante timore di esserne colpita in qualunque momento. I suoi occhi saranno strumento per i ciechi che le sono vicini e permetteranno anche a noi lettori di diventare testimoni muti di ciò che le accade intorno. Mi sono chiesta per tutta la lettura perché l’autore l’abbia risparmiata, cosa la distingua dalla massa… ammetto che è stata proprio la ricerca di questa risposta a nutrire la mia curiosità e a spingermi a proseguire.

“Chi è quella strega, domandò il vecchio dalla benda nera, sono cose che si dicono quando non sappiamo avere gli occhi per guardare noi stessi, ci avesse vissuto lui come ha vissuto lei, e vorremmo vedere quanto gli durerebbero le maniere civili.”

Difficile non ragionare in questo momento su cosa accomuni i fatti narrati nel romanzo, che a oggi sembra quasi premonitore, all’esperienza di questi mesi in cui il Covid19 è entrato a far parte dei nostri destini.

L’atmosfera surreale, che così bene l’autore narra e dipinge tra le pagine, l’abbiamo vissuta e respirata anche noi muovendoci tra le vie deserte dei nostri paesi, dentro le aule vuote delle scuole, tra i reparti asettici di terapia intensiva degli ospedali dove medici e infermieri si prodigavano nella cura e nell’assistenza. Indimenticabili rimarranno infine, le immagini delle camionette al corteo funebre di Bergamo che, piegata nel proprio lutto, piangeva accompagnando col pensiero i propri defunti.

Nel libro come nella realtà, anche la paura diventa epidemia. Si diffondono con la stessa velocità, terrorizzando e paralizzando senso critico e di giudizio, nonché spingendo alla difesa ancora prima di conoscere l’esistenza reale o presunta del pericolo. L’animo si ritrova così, chiuso in un vuoto opprimente, che lo soffoca e lo annienta, dando ossigeno agli istinti più bestiali che avvicinano rapidamente alla solitudine randagia e disperata.

Si scopre così che di fronte al timore della morte non esiste più regola che valga la pena di essere seguita, si è disposti a rinunciare a tutto pur di trovare una fuga, anche alla dignità e al riconoscimento della propria e dell’altrui umanità.

“Com’è fragile la vita, se la si abbandona.”

La malattia, la quarantena, la paura e la morte quindi, hanno disertato le pagine del libro e hanno invaso la vita vera, hanno scovato tutta la nostra fragilità e palesato la vastità del nostro limite di esseri umani… mai le abbiamo sentite tanto vicine e così drammaticamente reali. Pur se tentassimo di nasconderli, rimarrebbero evidenti i segni indelebili e cambiamenti profondi che in noi hanno lasciato.

Possiamo arrischiarci nel dire a questo punto, che in qualche modo la cecità ha contagiato anche noi e, ancora oggi, continua a cercare e a scegliere imperterrita  le proprie vittime. E proprio spinta dal mio delirante desiderio di comprensione, continuo a chiedermi chi siano i veri malati… ho bisogno di chiarire a me stessa chi possiamo definire sano e chi no, nella società tanto compromessa e sofferente in cui ci muoviamo oggi.

Così, la soglia tra il prima e il dopo epidemia apre in me un’incrinatura che partorisce dubbi e domande da cui non riesco in nessun modo a sottrarmi dal cercare le risposte.

“Se puoi vedere, guarda. Se puoi guardare, osserva.”

Concludo la mia recensione rinnovando l’invito alla lettura di questo libro, tanto corposo e ricco di possibili chiavi di approfondimento. È un’occasione per riflettere su quanto l’esperienza vissuta possa trasformarci nell’intimo, mettendoci sempre in condizione di scegliere se vogliamo diventare una versione migliore o peggiore di quella che siamo stati ieri.

Saramago sembra aver anticipato la storia e si distingue qui per il modo originale e personale che utilizza per parlarci dell’umanità, in tutte le sue complesse sfumature.

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Se smettessimo di limitare la realtà all’immagine distorta e imperfetta che i nostri occhi ci danno del mondo, ci sentiremmo più liberi di dare spazio al nostro sentire, empatico e autentico, l’unica vera arma contro l’intorpidimento delle coscienze e l’annichilimento del pensiero.

Sostenuta da tale riflessione, nonostante i drammatici mesi trascorsi nel pieno della pandemia, provo a sperare che il peggio sia quindi alle nostre spalle e che il futuro ci riservi giorni più sereni. È importante però proteggere il ricordo, di quanto affetti e libertà ci siano mancati nei pomeriggi solitari trascorsi a raccontarci dai balconi, per rivalutare obiettivi e priorità e per tutelare anche nei giorni a venire il nostro diritto alla speranza.

Qualora qualcuno di voi raccogliesse il mio invito alla lettura di “Cecità” e gradisse condividere il proprio pensiero, lo aspetto volentieri qui su Monlaw.it per leggerlo.

Intanto auguro a tutti una buona lettura!

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