BULLET TRAIN | Action-Comedy in corsa

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bullet train recensione

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Sulla scia di Assassinio sull’Orient Express e la distopia di Snowpiercer, il cinema ci regala Bullet Train: un action-comedy in corsa su un treno giapponese ultramoderno. Questo film corale ricorda molto lo stile dei fumetti, ma è in realtà l’adattamento di un romanzo giapponese, costellato di situazioni tipiche da cinema d’azione orientale: dalla presentazione dei personaggi tramite cartelli fino allo slow-motion.

La trama si concentra sul ruolo del destino e della sorte, temi sfruttati per amplificare il senso rocambolesco delle sue sequenze di combattimento. Partenza da Tokyo, arrivo a Kyoto: la pellicola (girata negli studios californiani) si articola lungo l’arco temporale di questo viaggio, scombussolato da omicidi, combattimenti e da una valigetta del tesoro.

Brad Pitt è Ladybug, un agente ingaggiato per recuperare la misteriosa valigetta e guidato al telefono da una voce femminile (Sandra Bullock). Una missione apparentemente semplice finisce per diventare una turbolenta avventura all’ultimo sangue, uno scontro continuo con nuovi pittoreschi personaggi, tutti alla ricerca dello stesso bottino.

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Le storie si intrecciano così come gli archi temporali, facendoci passo passo scoprire il passato dei protagonisti e come le loro vite si siano legate. Tutti hanno lo stesso obiettivo, tutti hanno lo stesso nemico, ma le vicende li metteranno comunque gli uni contro gli altri.

David Leitch, in questo thriller pulp dai continui colpi di scena, con nuovi protagonisti che spuntano come mosche, riesce a intrappolare in un solo film il tasso adrenalinico di infinite scazzottate e sparatorie, mixato all’ebbrezza della velocità massima data dai cosiddetti “treni proiettile”, che viaggiano sulla rete ferroviaria giapponese Shinkansen, e le gag comiche che arrivano quando meno te lo aspetti.

La fotografia di Jonathan Sela è una riuscita sintesi grafica di questo patchwork, condannato a non fermarsi un attimo. Bullet Train si nutre così di colori sgargianti, un cast piuttosto iconico e un notevole senso del ritmo.

A perdere in tutta questa adrenalina, è la tridimensionalità dei protagonisti. Si ha la sensazione che i personaggi siano un mezzo per un fine, destinati a rimanere pure pedine del manierismo di cui l’azione è l’unico movente. Gli excursus sul loro passato si limitano ad illustrare come sono arrivati su questo treno: non c’è nessuna profondità caratteriale, a parte qualche solito spiegone e i parallelismi con i personaggi del trenino Thomas (giusto per rimanere in tema sul mezzo di trasporto).

Le cose, gli animali e le persone più disparati finiscono per caso addosso ai protagonisti, come oggetti contundenti o come oggetti per contundere. Spesso, non solo salvano la loro vita, ma danno anche il senso ad una scena intera.

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A dare il meglio è certamente la bella performance degli attori, non molto aiutati dalla sceneggiatura. Brad Pitt gigioneggia parlando del suo analista e uccidendo casualmente persone, mentre Aaron Taylor-Johnson e Brian Tyree Henry reggono lo stereotipo tarantiniano dei sicari che discutono giocosamente su ogni cosa. Il corollario di coprotagonisti giapponesi e la grande apparizione finale di Michael Shannon non vanno mai oltre la divertente macchietta.

Bad Bunny, Logan Lerman e Joey King appaiono quanto basta per regalare un po’ di trambusto, ma i loro ruoli servono solo a strutturare qualche scena comica in più, riducendoli così a personaggi di contorno.

Insomma, Bullet Train è un film divertente, senza troppe pretese, che punta a intrattenere lo spettatore per poco più di due ore, lasciandogli un ricordo piacevole, senza gridare al capolavoro.

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