THE FATHER- Nulla è come sembra

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the father- recensione film
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Locandina del film The Father

Non è la prima volta che il cinema americano affronta tematiche legate alla terza età o all’Alzheimer – mi viene in mente Still Alice, per farne un esempio – ma nessuno, come The Father, era mai riuscito a toccarmi così nel profondo, a smuovermi quel senso di fastidio tanto agghiacciante da turbare sia mente che stomaco.

The Father – Nulla è come sembra è la trasposizione cinematografica dello spettacolo teatrale del drammaturgo francese Florian Zeller, debuttato a Parigi nel 2012, che lo stesso artista, dopo 8 anni, decide di portare sul grande schermo aggiudicandosi l’Oscar come “Miglior sceneggiatura non originale”.

Del mondo del palcoscenico, in questo film, resta ancora molto: inquadrature piuttosto statiche, la prevalenza di una sola scenografia (molto curata, realisticamente ricca e dai colori attentamente abbinati), la divisione in atti (inseriti in modo quasi impercettibile, attraverso primissimi piani o schermate nere che portano a cambi di scena) e la presenza di pochi personaggi.

La pellicola mette in mostra una realtà in cui una grossa fetta del pubblico potrà rispecchiarsi: l’inversione del ruolo genitore/figlio alle prese con una malattia. Ciò che veramente “disturba” di questa storia è però la modalità con cui essa viene messa in scena.

The Father, infatti,prende il punto di vista di Anthony, un uomo la cui memoria, e vita, si sgretolano lentamente a causa dell’Alzheimer. Il passaggio avviene gradualmente: prima piano, attraverso la confusione di volti e dettagli, e poi sempre più velocemente.

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Scena del film The Father

Lo spettatore vive con lui questo tracollo inesorabile, fatto di confusione, rabbia, tensione, tenerezza, tristezza e malinconia, tutto in meno di due ore. Elementi, parole e situazioni cominciano a ripetersi sempre più spesso, i personaggi si mischiano tra loro (appaiono e scompaiono come per magia), si mangia sempre pollo per cena e tutto si confonde nella mente del protagonista, facendosi invece malinconicamente sempre più chiaro in quella dello spettatore.

Percepiamo in prima persona il punto di non ritorno e come tutto stia scivolando via. Ciò viene reso perfettamente da una sceneggiatura egregia, basata su un ritmo, inizialmente lento, come la vita monotona che il protagonista è costretto a vivere, e poi sempre più incalzante, dove i ricordi si confondono e i salti temporali si fanno sempre più frequenti.

Tutto esplode nel finale, in un climax emotivo che ci logora il fegato e ci fa uscire dalla sala con la certezza che non dimenticheremo mai le sensazioni che questo capolavoro ci ha fatto provare.

Scena del film The Father

È una storia così ben raccontata che chi ha vissuto in prima persona un’esperienza simile con un proprio caro, non può non notarne l’accuratezza, il rispetto e la sincerità. È una questione di sguardi, che passano rapidi da lucidi a smarriti in un battere di ciglio, immortalati da movimenti di macchina lenti e primissimi piani soffocanti. Il tutto incorniciato da una malinconica e pungente alternanza di silenzi e musica classica assordanti.

A rendere tutto così credile sono ovviamente gli attori. Uno strabiliante Anthony Hopkins, all’età di 83 anni, si guadagna un altro meritatissimo Oscar per questo ruolo da protagonista, così straziante e pieno di umanità.

L’attore ha messo cuore e anima in questa interpretazione, regalando verità al suo personaggio, così reale e ricco di sfumature. Quel bilanciamento tra follia e malinconia hanno sicuramente tanto della personalità di chi li ha interpretati.

Al suo fianco, una ormai riconosciuta Olivia Colman nei panni di Anne, la figlia di Anthony. Una grande spalla, per come la vedo io, capace di esaltare ancora di più tutti i lati di Hopkins. Ha dato prova, ancora una volta, di sapersi destreggiare alla perfezione in ruoli completamente diversi tra loro.

In conclusione, The Father conquista il cuore di figli e genitori, mostrando un cerchio che si chiude… così, come si era aperto: all’improvviso, tornando a essere dei bambini fragili e indifesi. Una fine amara che richiede necessariamente un abbraccio, quello che Florian Zeller ci concede, silenziosamente, in chiusura.

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