MULAN (2020)- un live action molto discusso

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Dopo averlo rimandato a causa del COVID-19, che ha causato problemi sia di produzione che di distribuzione, il 4 settembre la Disney ha deciso di lanciare in pay-per-stream Mulan, remake live action dell’omonimo film d’animazione del 1998. Sono anni ormai che la Walt Disney Company ci ha abituato a rifacimenti dei grandi classici con attori in carne ed ossa, utilizzando ogni volta una lettura più o meno invasiva dell’originale e riscuotendo più o meno successo.

Con la pellicola di Niki Caro, regista neozelandese alle prese con il suo primo progetto ad altissimo budget, si torna a raccontare la bellissima storia di Mulan, una giovane donna anticonformista che si finge un uomo per andare in guerra al posto del padre malato e che contribuisce a salvare la Cina.

Se da un lato vi consiglio a cuore aperto di vedere almeno una volta nella vostra vita il cartone animato del 1998, riguardo al live-action sono certamente più titubante. Questa pellicola infatti lascia lo spettatore (o almeno parlo me) un po’ indifferente. È un film senza anima e senza pepe, uno di quelli che dopo averlo visto non ti porta né a elogiarlo né a riempirlo di critiche. È semplicemente asettico, piatto e vuoto.

Partendo dal classico Disney del 1998, bisogna dire che la trama è liberamente ispirata a una leggendaria eroina cinese di cui si narrano le gesta nel poema “La ballata di Mulan”, trascritto per la prima volta nel VI secolo. L’opera originale purtroppo è andata perduta e il testo della ballata, così come lo conosciamo oggi, proviene da un’antologia di canzoni e poesie redatta nell’11° o 12° secolo da Guo Maoqian.

La leggenda originale racconta di come, a causa dei ripetuti attacchi delle tribù nomadi e degli Unni, l’imperatore sia costretto a chiamare alla guerra tutti gli uomini che si trovano nell’elenco dei riservisti (cittadini comuni che si mettono a disposizione dell’esercito qualora serva) per fronteggiare questa minaccia. Tra questi c’è anche il padre di Mulan, che però è ormai un uomo ansiano e malato. Nonostante ciò, egli accetta la chiamata alle armi per onorare la famiglia e gli antenati. Mulan, preoccupata per il padre e senza il suo permesso, decide di prendere il suo posto nell’esercito travestendosi da uomo e “rubando” l’identità del fratello minore.

A questo punto, Mulan affronta l’addestramento e ben 12 anni di guerra portando a termine incredibili gesta, tanto da essere nominata prima generale e poi comandante delle armate. Continuando a nascondere di essere una donna, porrà fine alla guerra sconfiggendo un celebre generale Unno. Al suo ritorno, verrà ricoperta di onori imperiali e le verrà proposto un posto come alto funzionario che sceglie di rifiutare per poter tornare dalla sua famiglia.

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Nella leggenda sarà un comandante ansiano a scoprire la sua vera identità di donna, presentandosi a casa sua dopo aver insistito per anni affinché ella sposasse una delle sue figlie (credendola ovviamente un uomo). La leggenda narra che il generale, invece di infuriarsi e di denunciarla, provò per lei ancora più ammirazione e stima.

Da ciò ci rendiamo conto che il cartone animato del 1998 si è preso tutta una serie di libertà, occidentalizzando alcuni aspetti per rendere il film più fruibile dalle giovani generazioni. Il live action, invece, nonostante mantenga ancora delle differenze con la storia originale, è certamente molto più simile. Prende infatti molto dalla leggenda e solo un po’ dal cartone animato.

Questo perché, uno degli obiettivi principali di questo rifacimento, è quello di realizzare un prodotto più rispettoso, che potesse essere apprezzato anche dagli spettatori cinesi. Il cartone animato, infatti, fu un flop totale nel paese orientale perché, agli occhi del pubblico, personaggi come Mushu rappresentavano troppo goliardicamente e parodicamente elementi spirituali della cultura cinese. Lo scopo del live action era quindi rileggere con un certo riguardo il film d’animazione di 22 anni fa nel tentativo, questa volta, di omaggiare le tradizioni orientali al fine di accattivarsi il loro mercato cinematografico.

Per quanto mi riguarda, non so quanto siano riusciti nel loro intento, ma posso dirvi per certo che chi come me si era innamorato del cartone animato, si ritroverà molto deluso da questo nuovo film, non riscontrando in questa versione la magia dell’originale e lo stesso perfetto bilanciamento tra comico e drammatico.

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Il Mulan del 2020 si propone di essere più “realistico”, mantenendo sì degli elementi fantastici, ma cercando comunque di rendere i personaggi più sobri e meno macchiettistici. Allo stesso tempo, però, non vuole rinunciare all’ironia che caratterizzava il cartone animato con il personaggio del draghetto e dei commilitoni. Questo intento di pulire il macchiettistico ma lasciare l’ironia purtroppo non ha funzionato a dovere. Infatti le scene che dovrebbero risultare comiche sembrano più che altro goffe e riescono a malapena a far sorridere il pubblico suscitando per lo più imbarazzo. E così il live action risulta più che altro rigido e trattenuto, come se non riuscisse a prendere una decisione definita sul tono da assumere.

Altro elemento poco riuscito è l’inserimento di una sorella minore per Mulan. Questa ragazzina, mite e remissiva, è sicuramente più simile al modello di figlia perfetta di quanto non lo sia la protagonista, ma il suo inserimento è veramente inutile perché non c’era minimamente bisogno di un termine di paragone per sottolineare quanto Mulan fosse diversa e speciale. Si sente invece la mancanza del personaggio della nonna, saggia smaliziata che incoraggia la nipote e il suo lato indomito.

Altro importante assenza è il “grande e possente” drago Mushu, che qui è sostituito da una fenice inutile che pare un aquilone. Questa cosa che svolazza qua e là, appare quando Mulan ha più bisogno di aiuto, rappresentando la capacità di questo essere mitologico di risorgere dalle proprie ceneri. Se il messaggio è certamente molto bello, il fatto che la protagonista non affronti dei veri e propri fallimenti da cui rialzarsi fa sì che la cosa perda completamente di significato.

Anche il famoso Li Chang del cartone animato si presenta in vesti completamente nuove. Se nel 1998 era il generale delle truppe, qui ha il nome di Jet Li ed è un semplice commilitone. Il fatto di metterli sullo stesso piano, rende più naturale che i due diventino amici. Interessante la scelta di inserire un’ambiguità nel sottotesto. Sin da subito infatti Jet Li sembra provare interesse per Mulan nonostante pensi che lei sia un uomo.

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Personaggio invece completamente nuovo rispetto al cartone e alla leggenda è quello della strega guerriera, donna molto forte che, per non aver represso le sue capacità, era stata emarginata e si era unita al popolo degli Unni per conquistare l’impero e creare un nuovo regno in cui potesse sentirsi accolta. Essa è lo specchio di Mulan, una nemesi che le mostra cosa sarebbe potuta diventare se fosse stata anche lei una reietta. Le due si scontrano in un modo piuttosto tiepido e nonostante si voglia sottolineare sin dall’inizio la potenza di questo antagonista, alla fine il suo ruolo si sgonfia pateticamente come un palloncino.

Il problema fondamentale di questo live action è che la storia non ha un vero e proprio sviluppo. Solitamente nei percorsi di formazione, la protagonista si ritrova ad affrontare una serie di peripezie che la porteranno ad acquisire sicurezza in se stessa e ha scoprire il suo vero potenziale. In questo film però non ci sono delle vere e proprie minacce per Mulan. Da subito risulta un’eroina e un personaggio con una marcia in più i cui antagonisti appaiono nettamente inferiori e poco pericolosi.

Le avversità non la mettono mai in seria difficoltà e ha sempre la meglio su tutto in una maniera troppo veloce e decisamente noiosa. Qui Mulan ha ben tre nemici: il popolo dei nomadi e degli Unni, la strega guerriera e il suo stesso esercito, che se la scoprisse la punirebbe con la morte. Nessuno di questi però incute veramente timore. L’audacia di un eroe è strettamente commisurata alla difficoltà delle imprese che deve compiere e alla difficoltà delle decisioni che deve prendere, perciò il potenziale di questo personaggio nella storia va un po’ a perdersi. Anche se il climax del film dovrebbe coincidere con il momento in cui rivela alle sue truppe la sua identità di donna, qui come nel cartone, viene accettata da tutti senza troppe storie.

L’unico momento in cui sembra in difficoltà, e la cosa fa anche piuttosto ridere, è quando si perde alla ricerca dell’accampamento. Nonostante venga presentata come un essere dal Ki molto potente, quasi ci muore solo per raggiungere il punto d partenza.

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Nel live action viene quindi introdotto l’elemento del Ki, qualcosa che ho molto apprezzato perché strettamente legato alla cultura orientale. Questa forza che scorre dentro tutte le creature, si presenta come potenza ed equilibrio nei più forti guerrieri. Mulan ha un Ki molto forte che riesce a liberare sin da bambina ma che la società cerca di reprimere perché lei, in quanto donna, dovrebbe avere come unico obiettivo quello di diventare composta, aggraziata, silenziosa, elegante ed educata al fine di servire il marito e crescere i figli. Gli uomini, e in particolare i guerrieri, dovrebbero essere, al contrario, leali, impavidi e sinceri.

Quello che non è chiaro nella pellicola è come mai, durante l’addestramento, Mulan cerchi di reprimere questa sua forza, elemento che avrebbe potuto utilizzare per avvalorare il suo travestimento e che, per la prima volta, avrebbe potuto sfogare senza più vergogna.

Dell’aspetto cartoonistico rimangono prevalentemente i colori, vividi e vivaci, sia nei costumi che nelle ambientazioni. Non troviamo filtri di desaturazione, lo sporco, il sangue e il sudore, tipici di un film di guerra per adulti, ma bensì una fotografia decisamente intensa con immagini adatte anche ai bambini.
Altro elemento cartoonesco, che attinge anche allo stile del cinema pop d’azione cinese, è l’utilizzo in scena delle acrobazie durante le battaglie.

Di Mulan 2020 ho apprezzato la colonna musicale, brani strumentali che citano o riprendono con forza- come nel caso di “Riflesso”- i temi presenti nel cartone del 1998. Se nel cartone però, si faceva leva sul riflesso nello specchio e sul taglio di capelli, simboli di un personaggio alla ricerca di sé stesso, qui troviamo la fenice e lo sciogliersi i capelli, volti a rappresentare la voglia di Mulan di non reprimere più se stessa in favore degli schemi della società. Questa libertà è identificata anche con un finale aperto in cui Mulan si mostra libera di scegliere il suo futuro.

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Altro elemento che apprezzato molto nel film è il mostrare quanto le costrizioni siano presenti nella società cinese sia per le donne che per gli uomini. Ciò viene evidenziato sia attraverso i vestiti (sia con gli indumenti da donna che con quelli da guerriero Mulan si sente soffocare) sia attraverso i matrimoni combinati (sia nei panni di donna che di uomo, la protagonista riceva una proposta di matrimonio combinato da parte di persone più in alto di lei nella scala sociale che non può rifiutare).

Per concludere, questa versione di Mulan in live action non si può definire brutta, ma semplicemente insipida e vuota. È qualcosa di cui non avevamo bisogno e che ci fa rimpiangere battute come “la mia bambina va a salvare la Cina” e “disonore su di te, disonore sulla tua mucca”.

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