Pinocchio, il romanzo di Collodi secondo Garrone

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pinocchio 2019-garrone

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Matteo Garrone, sin dai suoi primi film negli anni ’90, ci ha sempre regalato una straordinaria galleria, cupa e folkloristica, di personaggi quasi verghiani: uomini in caduta libera dopo aver provato a cambiare la propria condizione. Se per anni il regista ha cercato di interpretare la profonda provincia italiana, dimostrando di saperla ritrarre con asciutto pittoricismo, passando dal Lazio al Veneto alla Campania, più di recente ha scelto di cimentarsi anche con il mondo delle fiabe partenopee di Gianbattista Basile, portando sul grande schermo Il Racconto dei Racconti, un film che sì, lo ha confermato nuovamente tra i propulsori della Settima Arte, ma che purtroppo non ha avuto il successo sperato al botteghino.

Ora, con il suo Pinocchio, adattamento del romanzo di Collodi, dichiaratamente influenzato dalle illustrazioni di Enrico Mazzanti e dalla pittura macchiaiola, Garrone sceglie di fondere questi suoi due filoni cinematografici, raccontando questa storia per bambini ai bambini che non la conoscono, ma con uno stile che fonde il raffinato al semplicistico.

Infatti, se da un lato il linguaggio utilizzato risulta molto basico, quasi bambinesco (frutto di Garrone stesso e della penna meno esperta del co-sceneggiatore Massimo Ceccherini), e la storia vuole chiaramente essere un ammonimento nei confronti dei bambini che disobbediscono ai genitori, la fotografia, il trucco, i costumi e i temi secondari sono elementi apprezzabili solo da un occhio più esperto e maturo.

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Questo Pinocchio, nonostante l’evidente scopo educativo che scaturisce dall’impossibilità per lo spettatore di prendere le parti del burattino, un personaggio affatto simpatico, ma solo capriccioso, vuole velatamente mettere in luce anche il rapporto fra immobilità e movimento, fra la dimensione contadina e il viaggio del protagonista alla scoperta del mondo e di sé stesso. Il film si propone di rendere la tensione drammatica tra l’abbandono e la vitalità, tra la mestizia dolce di Geppetto e l’euforia ingorda di Pinocchio. Tutte queste forze antinominiche sono fondamentali per esaltare la storia d’amore tra padre e figlio, interpretati rispettivamente da Roberto Benigni e Federico Ielapi.

Parlando di Benigni e di Pinocchio non si può non parlare della sua versione della storia, portata sul grande schermo nel 2002. La lettura di quest’ultimo e quella di Garrone risultano infatti estremamente differenti: se il secondo punta più sull’estetica, il primo ricerca prettamente la complicità con lo spettatore. Il Pinocchio di Roberto è simpatico, difficile da odiare ed è il vero protagonista della storia, al contrario di quello di Garrone che, interpretato da un attore alle prime armi, non riesce proprio a competere con la tenerezza del personaggio di Geppetto incarnato da Benigni.

Quest’ultimo infatti ci regala una meravigliosa interpretazione di un uomo solo, consumato dalla vita e dalla povertà, ma dignitoso, che ha come unica ricchezza l’amore verso il ‘figlio’. Lo sconosciuto Federico Ielapi, che interpreta il title character, fa certamente un buon lavoro, ma non riesce proprio a emergere a causa di un cast di visi assai noti allo spettatore.

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Nonostante le scene più noiose siano proprio quelle con i due compari, Massimo Ceccherini offre una buona performance nei panni di Volpe, oscurando completamente un Rocco Papaleo-Gatto quasi inesistente, che per copione si limita a fargli da eco. Ottimi invece i caratteristi che si alternano per qualche manciata di minuti nei vari camei: folgorante quello di Teco Celio nei panni del giudice gorilla e riuscitissima anche la Lumaca di Maria Pia Timo.

A non svettare come dovrebbero sono invece gli aiutanti del protagonista: nonostante qualche gag divertente, il Grillo Parlante risulta un personaggio piuttosto piatto e la Fata Turchina è penalizzata tanto dall’inesperienza e dalla dizione confusa della piccola Alida Baldari Calabria (la fata bambina), quanto da una certa algida legnosità di Marina Vacth (la fata adulta), per nulla aiutata da una sceneggiatura che, seguendo pedissequamente il libro, non si cura di dare alcuna motivazione alle sue azioni.

Discorso a parte meritano il personaggio di Mangiafuoco (Gigi Proietti) e quello di Lucignolo, che colgono a pieno lo spirito del romanzo, ma la cui essenza, che rimane evidente solo a chi conosce alla perfezione il libro, si perde in una messinscena poco chiara, facendoli risultare quindi cinematograficamente problematici.

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La storia del burattino di legno disobbediente che sogna di diventare bambino è quindi raccontata da Garrone in modo assai fedele al libro di Collodi: un prodigio stilistico dal ritmo lento che si dispiega senza pathos o commozione, sviluppando la trama quadro dopo quadro. Questo modo di narrare, quasi per sketch, ha uno stile tipicamente teatrale, così come alcune gag comiche sguinzagliate all’interno del film che dura più di due ore.

Sono gli aspetti tecnici i veri protagonisti di questo Pinocchio. La magnifica fotografia di Nicolaj Bruel riprende, in un’atmosfera surreale e con tinte tendenti all’ocra, i paesaggi astorici delle location in Toscana, Lazio e Puglia (con tanto di lingua dialettale che passa dal toscano al napoletano), traducendo in materia la semplicità grezza della società contadina. Nota di merito anche ai costumisti e ai truccatori che hanno reso le creature animali antropomorfe alla stregua del reale.

Per concludere, questo nuovo Pinocchio cinematografico, traduce egregiamente la natura campestre del capolavoro di Collodi. Nello spazio tra il silenzio degli oggetti e il miracolo della parola, Garrone coglie l’attimo della nascita come evento violento e scioccante. Se da questo punto di vista, il film affascina e sorprende lo spettatore, la storia, così narrata, non riesce purtroppo a convincere completamente.

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