Il treno dei bambini: una storia italiana

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il treno dei bambini recensione

#Titolo: Il treno dei bambini
#Autore: Viola Ardone
#Genere: fiction storica
#Casa Editrice: Einaudi
#Prezzo: 17,50€

Buongiorno a tutti! In questi primi giorni di maggio ho il piacere di presentarvi l’ultimo libro che ho letto: “Il treno dei bambini”, un’opera scorrevole, intensa e umanamente coinvolgente,  edita da Einaudi e scritta da Viola Ardone.

“Lei resta sorpresa, perché gli abbracci non sono arte nostra. Poi, però, mi mette una mano in mezzo ai capelli, la muove piano piano, avanti e indietro. È leggera e odora di pietra di sapone sciolta sotto all’acqua. Dura poco.”

Amerigo Speranza ha sette anni e vive nelle affollate borgate di Napoli, insieme alla madre Antonietta. Corre l’anno 1946 e la guerra, finita da poco, ha lasciato dietro sé una miseria dilagante e profonda che costringe a compromessi tanto tormentati quanto inevitabili.

Per supportare le regioni più povere, il Partito comunista promuove un progetto solidale: dispone dei treni che, dal meridione, accompagnino i figli del sud verso le famiglie del nord. Più ricche e con maggiori risorse culturali, queste ultime si dimostrano disponibili a ospitarli temporaneamente nelle loro case, integrandoli così in un miglior contesto sociale ed educativo.

Terminato l’anno scolastico, la maggior parte di loro tornerà alle terre d’origine, spesso mantenendo i contatti con le famiglie appena conosciute. Molti invece, non rientreranno più… cresceranno lontani dalla loro terra, spezzando per sempre tutti i legami con le proprie radici.

“Guardo le scarpe della gente. Scarpa sana: un punto; scarpa bucata: perdo un punto. Senza scarpe: zero punti. Scarpe nuove: stella premio. Io scarpe mie non ne ho avute mai, porto quelle degli altri e mi fanno sempre male. Mia madre dice che cammino storto. Non è colpa mia. Sono le scarpe degli altri. Hanno la forma dei piedi che le hanno usate prima di me.”

Col conflitto appena concluso, l’eco delle bombe che calano dal cielo è un ricordo ancora decisamente recente. È Amerigo, in prima persona, dal piglio spontaneo e schietto, a rivelarci la sua toccante storia.

Bastano poche righe e siamo già, quindi, irrimediabilmente coinvolti. Il ritmo del racconto, così fluido e immediato, ci afferra e ci apre a una vicenda umana che non lascia indifferenti. Ci ritroviamo, in un attimo, fianco a fianco al piccolo protagonista mentre, tra le strade rumorose e caratteristiche dei Quartieri Spagnoli, sta camminando… sua madre avanti, e lui appresso.

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Intrattiene i pensieri, mentre si sposta tra i vicoli, con un gioco che fa da sempre, osservando le scarpe di chi incontra: scarpa sana: 1 punto; scarpa rotta: perde un punto… la sua stessa esistenza passa simbolicamente attraverso le scarpe che porta ai piedi. Quelle regalate fanno male, ma anche nuove non sempre si rivelano giuste per lui… infatti, neppure quelle il più delle volte sono adatte alla sua misura o al ritmo del passo che la vita gli impone.

Lo stile narrativo, sviluppato in prima persona, è la ricchezza di quest’opera, che permette un immediato contatto empatico tra lettore e protagonista. I personaggi hanno connotazioni definite e credibili, ben inserite nel contesto culturale e storico nel quale si muovono.

Amerigo è il filtro tramite il quale ci vengono presentati – il suo sguardo, attento al dettaglio e puro da giudizi, è la mano che ci accompagna. Grazie a lui, le sfumature espressive di sua madre ci arrivano più comprensibili, rendendocela più cara nonostante gli errori e la perplessità che suscitano alcuni suoi comportamenti. Antonietta, ferita più volte dalla vita, è una donna forte che, vestita d’orgoglio, cammina a testa alta tra le vie della città. Sceglie di offrire un’occasione di riscatto all’unico figlio rimastole, senza però poterne prevedere i possibili e inevitabili risvolti.

“Davanti alla porta di casa tua sento il cuore in gola e le mani di ghiaccio. Non è solo l’emozione di essere qua dopo tanti anni, o il dolore di saperti in quella stanza, stesa sopra al letto che era stato il nostro, con i capelli sciolti e ancora quasi tutti neri. È paura. Paura dello sporco, della povertà, del bisogno; paura di essere un impostore, uno che ha vissuto una vita che non era la sua, che si è preso un cognome che non gli apparteneva. Negli anni la paura ha imparato a rattrappirsi in un angolo della mente, ma non è sparita, è rimasta in agguato, come adesso davanti a questa porta serrata.”

 L’autrice Viola Ardone con Il treno dei bambini ci apre uno squarcio su un pezzo di storia italiana, non senza offrire interessanti spunti di riflessione e di approfondimento. È un racconto dove il confine tra il bene e il male è quasi impercettibile ma fondamentale, per comprendere a fondo i molteplici contenuti che si è cercato di trattare.

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Le domande arrivano chiare, estrapolate dall’esperienza vissuta dai piccoli protagonisti ed esplicitate dalle loro stesse voci: dove si trova il confine tra solidarietà e carità? E ancora: la dignità personale in quale momento ha diritto di sentirsi ferita? È una continua ricerca d’equilibrio sul filo sottile che separa il prima e il dopo di questo viaggio… una ricerca resa difficoltosa dai punti di rottura che, inevitabilmente, centrano l’attenzione sugli evidenti cambiamenti avvenuti nella vita di questa donna, del suo bambino e della loro visione del mondo.

È un racconto pieno di volti, profumi e suoni, che facilmente risvegliano echi lontani nell’animo del lettore… voci che parlano di mancanza, di separazione e di profonda nostalgia, ma anche di ricerca di senso di sé e dei propri progetti di vita.

“…vale sempre la pena provare, anche se con delle approssimazioni, con delle inesattezze. Tutto quello che si può fare, si deve fare.”

Fondamentale per l’evoluzione del libro, diventa il punto di vista di Amerigo adulto, che rilegge a distanza di anni fatti ed eventi, permettendoci così di comprenderli meglio alla luce del tempo trascorso.

Il riscatto, morale e affettivo, arriva con gli anni sia per lui che per molti dei protagonisti di questo romanzo. Questo ha infatti un’impronta prevalentemente intimista e focalizzata sui moti interiori della voce narrante. Anche a distanza di tempo e a dispetto delle lunghe distanze, gli oggetti mantengono sempre un alto valore simbolico, punto di congiunzione tra la vita del bambino e quella dell’uomo.

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L’affrancamento interiore dal dolore passa qui attraverso il coraggio di ricordare e di ripercorrere strade precedentemente abbandonate. Gli strumenti per ricominciare sono stretti nel palmo delle mani. Esse divengono quindi, a discrezione, spinta che allontana o gesto che accoglie… rivelandosi strumento di bene e di vita in dotazione alla coscienza di ciascuno.

Terminato Il treno dei bambini, mi sono soffermata un poco sulle ultime pagine. Alcune frasi le ho rilette per portarle con me. Ne consiglio la lettura a chiunque abbia voglia di emozionarsi e di aprire una finestra su fatti e vissuti che il nostro Paese ha davvero sperimentato, affinché il confronto con i nostri giorni abbia ancora qualcosa da insegnarci.

Concludo salutando caldamente tutti e, con piacere, vi do volentieri appuntamento alla prossima recensione.

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