I 3000 di Auschwitz – Baba ci racconta la sua storia

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I-3000-di-Auschwitz-recensione

#Titolo: I 3000 di Auschwitz 
#Autore: Baba Schwart
#Genere: Autobiografico/Storico

#Casa Editrice: Newton Copton
#Prezzo: 9,90€

Un caro saluto a tutti voi che mi leggete. In questo tiepido pomeriggio di fine inverno, vi propongo con piacere un libro autobiografico di importante valore storico e umano: “I 3000 di Auschwitz”, edito da Newton Compton Editori, é la testimonianza dell’entrata dell’esercito tedesco nel territorio ungherese negli anni della seconda guerra mondiale. Corre l’anno 1944, Marzo. Baba Schwartz e i suoi familiari vengono deportati ad Auschwitz, alcuni di loro vi moriranno mentre lei, la madre e le sorelle vi rimarranno prigioniere fino alla fine del conflitto.

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“Un’infinità di stelle brillava sopra le nostre teste. Io e mia madre parlammo poco. Ancora una volta, le sue mille risorse e la sua audacia avevano trovato una soluzione al problema. Finché fosse stata in vita, avrebbe fatto tutto il necessario per tenere in vita anche noi.”

 L’autrice ha ricostruito, attraverso vecchi scritti e appunti personali, il percorso di vita che l’ha vista protagonista di eventi storici drammatici e di tragiche esperienze umane. Il libro è la narrazione di un viaggio che parte dall’incontro che fece innamorare i suoi genitori, per passare ai giorni di miseria e, per finire, di morte nei campi di sterminio. La prigionia ad Auschwitz è il tratto centrale di questo lungo tragitto.

“Rimase a fissarmi per un paio di secondi, e l’orrore iniziale – orrore per il pagliaccio vestito di stracci in cui mi avevano trasformato – si trasformò in amore paterno e preoccupazione. Affondò il viso tra le mai e le sue spalle si scossero per la potenza dei suoi singhiozzi. Quell’immagine di mio padre, vestito con una lurida uniforme a righe da prigioniero, le mani a coprirgli il viso, fu l’ultima che vidi di lui.”

Partendo quindi dal primo incontro tra il padre Gyula, e la madre Boeske, Baba ci accompagna nei giorni felici della sua infanzia, nei sogni di bambina e nei meravigliosi momenti di festa trascorsi nella sua casa. Le atmosfere familiari, che si respirano pagina dopo pagina, l’affetto e le tradizioni che saldano i rapporti, sono un sottile filo conduttore che è percepibile in tutto il racconto.

Le ricorrenze, la preparazione delle pietanze durante le mattine domenicali, le riunioni familiari intorno allo stesso tavolo sono un ricordo costante anche nei giorni di prigionia. Il sapore dolorosamente nostalgico ci fa avvertire la mancanza, la perdita e il dolore di ciò che è stato e che non tornerà.

Se il padre è tenerezza e complicità, la madre è la forza e la determinazione che la sosterranno, permettendole di sopravvivere ai dolori della deportazione.

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I 3000 di Auschwitz è quindi un racconto lucido e dettagliato dei fatti, nel quale rimane intatto lo sguardo pulito e ingenuo della bambina che Baba è stata. Lo stile è semplice e molto fluido –  dà spazio, come in un diario, al perfetto susseguirsi degli eventi e delle riflessioni che hanno tentato, negli anni, di trovare spiegazioni all’odio e al disprezzo che anche su se stessa ha potuto sperimentare.

“Oltre all’amore, scoprii di provare nei suoi confronti un senso profondo di pietà. Come se la sua dignità non avesse già sopportato abbastanza oltraggi.”

Nel Gennaio del 1945 vengono aperte le porte del campo di Auschwitz. Baba ci racconta della sua fuga insieme alla madre e alle sorelle durante la marcia della morte, camminando verso la Germania. Forte è qui la sua paura di non farcela e la speranza irrinunciabile di poter sopravvivere. È evidente come per l’autrice la famiglia sia un elemento costante, esiste prima, durante e dopo la deportazione. In quel contesto di dolore tutti diventano sorelle, madri e amiche. Lei stessa svilupperà un profondo senso di protezione verso chi, come lei e con lei, ha patito l’inferno.

Interessante e di grande valore documentale è l’inserimento delle foto private dell’autrice, nonché le immagini recuperate dai registri del campo di concentramento: schede di inserimento detenuti, la registrazione dell’internamento del padre Gyula e gli spostamenti nelle diverse sezioni durante la sua permanenza.

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Per quanto la scrittrice condivida con il lettore la felicità dopo la fine della guerra e il ritorno alla vita,  non mi è stato possibile perdere quella sensazione di amara nostalgia che  intrappola durante la lettura e che non se ne va neppure dopo averla terminata.

Invito voi che mi leggete a scegliere questo libro per poterne approfondire le tematiche e per dare il giusto peso e il meritato riconoscimento alla memoria, unica arma che può difenderci da altri eventi dilanianti come quelli qui narrati.
Concludo augurandovi buona lettura, nell’attesa di conoscere presto anche il vostro parere.

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