The Wife -Vivere nell’ombra: dietro un uomo c’è sempre una grande donna

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the wife 2018

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Anno 1992, Joe Castleman (Jonathan Pryce) e sua moglie Joan (Glenn Close) vengono svegliati all’alba da una telefonata dall’ Europa: Joe è stato eletto vincitore del Nobel per la letteratura e deve recarsi a Stoccolma per la premiazione. Per tutto il soggiorno nella capitale svedese, la signora Castleman non fa che pensare ai quaranta lunghi anni trascorsi al fianco di suo marito e al sacrificio che ha dovuto fare per rispettare il patto su cui è basato il loro matrimonio.

Cosa succede quando la natura ti dà un dono ma non le capacità di farlo emergere? E soprattutto: il compromesso è davvero una solida base per un matrimonio?  Questi sono i quesiti guida di The Wife – Vivere nell’ombra, adattamento cinematografico del romanzo scritto nel 2003 da Meg Wolitzer e sceneggiato da Jane Anderson.

Nel tempo di #metoo, The Wife è il modo migliore che il regista svedese Runge abbia trovato per mandare alla società in cui vive, ancora fortemente maschilista, un messaggio di emancipazione femminile più forte e chiaro possibile. A questo tema, però, si affiancano nella pellicola quelli più risaltanti del sacrificio e dell’ambizione.

Seguendo con attenzione Joan nel viaggio tra i suoi ricordi di giovane allieva, amante e moglie del professor Castleman, infatti, non si tarderà molto a comprendere la sua scelta di anteporre la propria volontà di esprimersi al riconoscimento pubblico della stessa ma anche la sua, seppur tardiva, ribellione al ruolo di moglie di, condizione che non avrà più ragion d’essere una volta che Joe avrà ritirato il Nobel.

Una curiosità legata al cast del film è che il ruolo di Joan da giovane è interpretato da Annie Starke, figlia di Glenn Close.

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Non molte altre attrici avrebbero potuto impersonare Joan Castleman come la Close, la sua è davvero quella che si dice un’interpretazione da Oscar. L’attrice statunitense non è nuova al ruolo di scrittrice: nel suo film d’esordio, Il mondo secondo Garp del 1982, interpretava una scrittrice femminista, ma l’interpretazione di The Wife è davvero tutta un’altra storia. Tutto è curato nei minimi dettagli, ogni sguardo, ogni espressione del volto, ogni gesto e ogni battuta è al massimo delle possibilità di una vera fuoriclasse.

Un po’ «come la musica»: «il modo in cui Glenn Close e Jonathan Pryce recitano […] fa pensare a due strumenti solisti che suonano insieme». Se lo spettatore sarà in grado di «trovare la musica nella sceneggiatura», potrà affermare di aver individuato la miglior chiave di lettura per questa pellicola.

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Ciò che permette di inserire il film di Björn Runge nella categoria film drammatico è sicuramente il suo essere un thriller dell’anima capace di dare il giusto risalto ad ogni singolo sentimento che la abiti, passando rapidamente dall’amore, alla rabbia, all’umiliazione e tanto altro. Nell’arco di 100 minuti, infatti, ci sono persino momenti in cui il suo carattere maschilista perde decisamente importanza.

In conclusione, se proprio si volesse andare a cercare il pelo nell’uovo, si potrebbe far riferimento alla scarsa corrispondenza tra il vecchio e il giovane protagonista maschile, interpretato da Harry Lioyd o la comparsa nella versione cinematografica del romanzo di Meg Wolitzer del figlio minore dei coniugi Castleman interpretato da Max Irons; oltre a questo, nulla da eccepire su un lavoro che è rimasto costantemente nel conosciuto e che ha potuto contare su un cast di un simile livello: il risultato è, sicuramente un grande film.

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