Martin Eden: il potere salvifico della scrittura

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martin eden recensione

La storia di Martin Eden, giovane marinaio che per amore della bella borghese Elena decide di emanciparsi attraverso la scrittura, costituisce il canovaccio sul quale il regista Pietro Marcello delinea la sua personale versione del romanzo di Jack London.

Le differenze fra l’opera letteraria e quella cinematografica sono evidenti e a volte radicali, a partire dall’ambientazione, che nella pellicola viene spostata in una Napoli sospesa nel tempo, ma anche fortemente legata all’epoca storica della narrazione, i primi del Novecento.

A guidarci nello svolgimento della trama troviamo solamente piccoli riferimenti temporali, tra cui la rappresentazione dei nascenti movimenti socialisti e dei tumulti della lotta di classe. Ma la Storia rimane sullo sfondo, insieme alla vicenda del protagonista.

Martin Eden recensione

Il regista, infatti, dà quasi per scontato che la storia di Martin Eden sia ai più nota e decide di trasformare la sua pellicola in un veicolo del messaggio di fondo del romanzo, incentrato sul potere salvifico e di emancipazione della scrittura e sull’importanza di lottare per i propri ideali e a difesa della dignità personale. Per questo vediamo il personaggio quasi sempre ritratto mentre scrive, incurante dei suoi lunghi insuccessi e del rifiuto della stampa. Scrive i suoi saggi ma anche numerose lettere alla sua amata Elena, il loro amore viene raccontato quasi in forma epistolare e si concretizza e prende forza, paradossalmente, nel momento della sua conclusione, quando Martin espone le sue nuove idee alla famiglia borghese di lei e viene definitivamente allontanato da quel mondo.

Il modo in cui però Marcello racconta la trama di London è totalmente personale.

Cuce e mette insieme le molte inquadrature e sequenze girate per il film con immagini di repertorio appartenenti alle epoche più disparate, in un montaggio che aspira ad essere sperimentale ma che spesso risulta solamente molto confusionario. La collocazione temporale, infatti, risente moltissimo di questi accostamenti spesso di difficile comprensione, a scapito di un’ambientazione spaziale precisa e riconoscibile.

Il montaggio, infatti, risulta essere il grande difetto del film, insieme ad una narrazione fin troppo sincopata, che si muove e si delinea sulle ansie e i turbamenti del protagonista.

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Il fulcro del film risiede nella performance di Marinelli, vincitore della Coppa Volpi nell’ultimo Festival di Venezia. La sua è un’interpretazione quasi viscerale, che trasmette ogni singola emozione del protagonista. Credibile nei panni di Martin Eden giovane, imprime a questa figura una forza vitale, tipica di chi sa di dover dare il tutto per tutto per emergere. È un personaggio audace e sfrontato, costretto a fare i conti con le difficoltà della vita e nel mettere in evidenza questo aspetto Marinelli è perfetto, complice anche il suo sguardo allucinato e la sua fisicità energica. E, non a caso, la sua performance perde di carisma e a volte di credibilità nella parte finale del film, quando Martin ormai ha raggiunto i suoi obiettivi ed è divenuto anche lui un “borghese” che non riesce più a credere negli ideali di cui si è fatto portavoce per tutta la sua esistenza.

Ed anche la pellicola perde forza proprio nella parte conclusiva e il cambio di mano per quanto riguarda scenografia e fotografia è evidente.

Per ciò che concerne le altre interpretazioni, il cast si compone di validi attori napoletani, fra cui spiccano Autilia Ranieri nei panni della sorella di Martin e Carmen Pommarella in quelli di Maria, una madre di famiglia che ospita e sostiene il protagonista nella prima parte della sua difficile carriera. Degna di nota anche la performance di Carlo Cecchi, nei panni del socialista Russ Brissenden, mentre Jessica Cressy risulta un po’ composta ad artefatta nei panni della bella Elena.

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In conclusione Martin Eden si rivela una pellicola lodabile più per le intenzioni che per la realizzazione finale, che molto spesso risulta di difficile decifrabilità. E che si regge quasi unicamente su una sceneggiatura molto solida e su un’interpretazione attoriale, quella di Marinelli, che vale da sola la visione del film.

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