C’era una volta a… Hollywood: l’omaggio di Tarantino al (suo) cinema

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c'era una volta a... Hollywood

Il nono film di Quentin Tarantino (su una filmografia che, a detta dello stesso regista, dovrebbe contenere solamente dieci pellicole) si mostra sin da subito come un grande atto d’amore verso il cinema ed in particolare per tutta quella sottocultura che ha influenzato lo stile del cineasta e che si incastra in un periodo che ha segnato, inevitabilmente, la fine di Hollywood per come era stato fino a quel momento: il 1969.

Il protagonista del film è Rick Dalton (Leonardo di Caprio), star di serie tv western e film di serie B, relegato ormai alla parte del cattivo da sconfiggere già nella puntata pilota, che si trascina stancamente in una Hollywood in cui non ha più un posto. A prendersi cura di lui e del suo instabile carattere troviamo la sua storica controfigura, Cliff Booth (Brad Pitt), ormai confinato nel ruolo di fattorino e autista del suo amico.

C'era una volta a...Hollywood

Le avventure dei due protagonisti sono però solamente un pretesto per illustrare quel periodo storico e parlare degli attori che ne hanno fatto parte: in piccoli camei, vengono fatti rivivere quasi tutti, da Bruce Lee (Mike Moh) a Steve McQueen (Damien Lewis), passando per star minori come James Stacy (Timothy Olyphant) e Wayne Maudner (Luke Perry), per concludere con il grande Roman Polanski (Rafal Zawierucha).

Ma è soprattutto la collocazione temporale a permettere a Tarantino di giocare con la Storia e di provare, ancora una volta, a riscriverla. La terza grande protagonista del film è infatti Sharon Tate (Margot Robbie), qui trasformata nell’emblema di tutto ciò che ancora c’era di puro e innocente nell’industria hollywoodiana, il cui tragico destino fa da collante fra i due mondi, la Storia e il cinema.

La strage di cui fu vittima la notte fra l’8 e il 9 agosto 1969 nella sua villa a Cielo Drive entra a far parte della pellicola di Tarantino poiché Dalton è il vicino di casa dei Polanski. Già da prima di quella data, però, Cliff Booth si era imbattuto nella famiglia Manson, le cui vicende costituiscono un ulteriore tassello del complesso mosaico che si rivela essere C’era una volta a… Hollywood.

La pellicola procede per quadri quasi a sé stanti e la trama si costruisce della quotidianità dei protagonisti. A volte la durata del film può sembrare eccessiva (oltre due ore e mezza) ma ad una più attenta riflessione ci si rende conto quanto ogni singola inquadratura o sequenza risulti fondamentale per l’economia del film.

Dalle manie di protagonismo di Rick Dalton, agli incontri ravvicinati di Cliff con la Manson Family, all’iconica scena di Sharon Tate che si reca a cinema a vedere un suo film e non viene riconosciuta: tutto è funzionale per la storia che viene raccontata.

C'era una volta a...Hollywood

I set in cui gira Rick Dalton vengono ricostruiti alla perfezione e tutte le ambientazioni del film risultano credibili fin nel più piccolo dettaglio, a riprova dell’importanza che la Storia ricopre in molte pellicole tarantiniane. Ma il film è disseminato di clichè tipici del regista, come  i continui primi piani dei piedi, che spesso raccontano i protagonisti meglio dei loro volti, e la velata ironia, che esplode nel finale insieme ad uno splatter di grande effetto.

Le interpretazioni dei tre protagonisti risultano efficaci e in esse risiede la forza del film. La coppia DiCaprio\Pitt funziona molto bene e ci si stupisce di come nessuno abbia mai pensato di farli lavorare prima insieme. Sono esattamente l’uno il completamento dell’altro: l’attore in crisi e la sua controfigura, ma anche l’uomo fragile e lunatico e il suo amico pronto a risolvere qualsiasi suo problema. Allo stesso tempo, però, i due personaggi vivono benissimo anche separati e Pitt è in grado di prendersi l’intera scena nei suoi personali e inquietanti incontri con la giovane Pussycat (Margaret Qualley), che lo introduce nel ranch presso cui abitano Manson (Damon Herriman) e la sua “setta”.

La luce del film risiede però nella candida interpretazione di Margot Robbie. Dismessi i panni di una donna in perenne lotta con sé stessa e con il mondo, come in Tonya, o quelli da femme fatale nel ruolo che l’ha resa famosa, mostra un ulteriore lato del suo carattere e del suo talento, risultando perfetta nei panni di Sharon Tate.

Intorno a queste tre grandi star, un cast di comprimari ricco e variegato, nella miglior tradizione tarantiniana, che conta grandi nomi di Hollywood e giovani stelle in ascesa: Al Pacino, Marget Quaelley, Dakota Fanning, Emilie Hirsh (nei panni di Jay Sebring, ex fidanzato e amico della Tate, anche lui vittima della strage), Bruce Dern, Maya Hawke, Kurt Russell e Michael Madsen, solo per citare i più famosi. Fra questi, spiccano sicuramente il grande Al Pacino, nei panni di un agente cinematografico che spinge Dalton in Italia, dove si girano i veri western, e Dakota Fanning, colei che gestisce il ranch di Manson.

C'era una volta a...Hollywood

C’era una volta a… Hollywood si presenta quindi come un perfetto film in stile “Tarantino”, con una sceneggiatura e una regia curate ma non sempre perfette, in cui, a volte, la passione del regista per la materia narrata appesantisce la trama e la scorrevolezza del film. Fino al controverso finale, che porta lo spettatore a interrogarsi sul senso della pellicola, in bilico fra voglia di riscatto della Storia e canto del cigno di una Hollywood che pare resistere anche grazie all’amore per il cinema.

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