2:22, Il destino è già scritto: «che pasticcio… Mr. Currie»

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Dylan Boyd (Michiel Huisman), controllore del traffico aereo e uomo profondamente razionale, si ritrova improvvisamente in mezzo ad una serie di eventi tutt’altro che logici che si ripetono identici ogni giorno alla stessa ora: le 2:22. Questa reiterazione incessante sembra preannunciare una tragedia e pare destinata a culminare in un omicidio alla stazione dei treni di New York.

Tutto ha avuto inizio quando, accecato da un improvviso lampo di luce sul posto di lavoro, Dylan riesce miracolosamente a scongiurare la collisione tra due aerei turistici. Tra i passeggeri scampati al disastro c’è Sarah (Teresa Palmer), una giovane ragazza che lavora in una galleria d’arte. Proprio lei potrebbe essere la chiave per spezzare la ripetizione degli eventi, non prima, però, di aver colto ed analizzato i messaggi nascosti nello schema messo a punto dal tempo.

Per i numerosissimi fan de Il trono di spade, Michiel Huisman è il Daario Naharis bruno e dagli occhi scuri che ha preso il posto di quello biondo e dagli occhi chiari – ma con i capelli finti – e che, nonostante gli iniziali dubbi è riuscito, nel corso delle puntate della serie, a farsi spazio nel loro cuore così come nelle grazie (e non solo) di Daenerys.

Questo dimostra come un personaggio secondario a volte non lo sia affatto, né per il pubblico, né per la storia stessa. In alcuni casi, infatti, è proprio ad un soggetto di second’ordine che il regista può aver scelto di affidare il compito di far emergere aspetti nuovi del carattere degli altri.

Probabilmente anche grazie al successo riscosso con Il trono di spade, l’anno successivo alla sua entrata nel cast della serie (2015), Huisman si ritrovò sul grande schermo nei panni di Ellis Jones, protagonista maschile di Adaline – L’eterna giovinezza insieme alla meravigliosa Blake Lively. A detta dell’attore, ciò che più lo colpì di questo film fu tanto il suo essere «una bellissima storia d’amore», quanto «il tema affascinante della possibilità della vita eterna» e la sensazione che la storia dava di «volare nel tempo».

La presenza di una love story e l’irrealtà di fondo del racconto, sono due elementi che accomunano sia Adaline che 2:22. Non si può negare, però, che il primo abbia convinto il pubblico assai più della seconda pellicola. Nel caso di Adaline, infatti, l’aspetto che fa maggiore presa su chi guarda è lo scorrere del tempo – non il suo continuo ripetersi – e, contemporaneamente, la sensazione di trovarsi in un sogno in cui è assolutamente possibile che la vita umana possa attraversare più epoche.

Al contrario, 2:22 lascia allo spettatore la sensazione angosciante di essere vittima di un tempo sempre uguale a se stesso, capace di ingabbiarlo. Qui la storia d’amore tra Sarah e Dylan, inizialmente ignaro del fatto che lei fosse su uno dei due aerei che hanno rischiato lo scontro , finisce per essere  l’unica boccata d’aria concessa.

Uscito al cinema il 29 giugno 2017, si fa davvero molta fatica a cercare di ascrivere questo lavoro di Currie ad un unico genere cinematografico. In 99 minuti, 2:22 – il destino è già scritto passa dal thriller psicologico al sentimentale e, persino, quasi al fantascientifico. Se si trattasse di un thriller in piena regola, infatti, lo spettatore non avrebbe la benchè minima possibilità di distrarsi anche solo per un secondo, cosa che in questo caso non accade in quanto dopo un po’ si cade nel ok, questo l’ho già visto e ciò che poco prima aveva catalizzato l’attenzione, di colpo svanisce e al suo posto subentra la distrazione.

Insomma, il destino già scritto è solo un trucco per allungare il brodo, non aggiunge e non toglie nulla ad un film che potrebbe tranquillamente rientrare tra quelli di genere sentimentale, al quale, però, sono stati aggiunti pizzichi di psicologico e fantascientifico- forse di troppo- allo scopo di non cadere nel solito film romantico in cui lui incontra lei senza sapere di aver messo in pericolo e, allo stesso tempo, salvato la sua vita così come lei finisce per innamorarsi del proprio salvatore.

Considerando che ci si trova davanti ad un film a budget ridotto, non ci si può aspettare un capolavoro della cinematografia internazionale e nonostante gli attori creino una bella coppia, i protagonisti non riescono a convincere. Persino la colonna sonora, che normalmente è uno degli elementi che più restano impressi al pubblico, non fa che aggiungersi alla confusione già presente; il che fa abbastanza strano se si pensa che a comporla è stata Lisa Gerrard (insieme a James Orr) alla quale si devono colonne sonore di successo come quella de Il Gladiatore.

Concludendo, se l’intenzione del regista quarantanovenne australiano era quella di realizzare un film che mescolasse al punto giusto fantastico, sentimento, matematica quantistica e predestinazione, il risultato non è per niente incoraggiante, in quanto le riprese risultano realizzate con una tale freddezza e piattezza che neanche carrellate, dolby e riprese aeree professionali hanno potuto fare più di tanto.

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