Il filo nascosto: il vero confidente di ogni artista è la sua creazione

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Anni ‘50, Londra. Reynord Woodcock è il direttore, insieme a sua sorella Cyril (Lesley Manville), del più famoso atelier di moda londinese del momento, frequentato da grandi nomi del cinema e persino dai reali. Dato il lavoro che svolge, il protagonista è sempre circondato da belle donne, ma ai suoi occhi l’amore è qualcosa che un professionista del suo calibro non può permettersi: preferisce di gran lunga continuare a vivere con sua sorella. Questa circostanza persisterà anche quando Reynold (Daniel Day – Lewis) inizierà una convivenza con Alma (Vicky Krieps), giovane cameriera da poco assunta nel bar in cui egli una mattina si reca per fare colazione, nonché sua musa ispiratrice. Sarà, però, la caparbietà di lei a sconvolgere una vita disegnata su misura e realizzata giorno per giorno senza il minimo difetto.

Candidato agli Oscar 2018 come miglior film, Phantom Thread – questo il titolo originale de Il filo nascosto – è l’ottavo lungometraggio di Paul Thomas Anderson, il quale ha affidato a Daniel Day – Lewis il ruolo di un uomo che, come unico mezzo di comunicazione con il mondo, ha scelto di utilizzare bozzetti e tessuti pregiati, cosa che rende il soggetto particolarmente affascinante, tanto per le donne che lo circondano nella pellicola quanto per il pubblico femminile in sala.

A giugno 2016, PTA aveva annunciato l’intenzione di realizzare questo film partendo da una propria sceneggiatura. Le riprese sono iniziate a gennaio 2017 nello Yorkshire inglese e, se al principio il regista compariva solo come direttore della fotografia, alla fine, come egli stesso ha dichiarato successivamente, quest’ultima è diventata «completamente frutto di un lavoro di gruppo».

Si può considerare Il filo nascosto come parte di una triade di lavori che rappresentano la maturità del regista. Questo processo, che aveva avuto inizio con The Master, si sviluppa poi con Vizio di forma, in cui la maturità è resa evidente dalla compresenza sullo schermo di una padronanza formale e di vie di fuga nella narrazione che, però, prevedono sempre un ritorno.

Dimostrazione della presenza di un fil rouge che lega gli ultimi tre lavori del regista californiano è anche il fatto che la colonna sonora de Il filo nascosto sia stata composta da Jonny Greenwood, il quale aveva già lavorato con Anderson proprio nel 2012 e nel 2015.

Quasi interamente ambientato nella villa/atelier dei fratelli Woodcock, Il filo nascosto è caratterizzato da un’atmosfera opaca, che lo avvicina molto al cinema di Kubrick. Nel film però convive anche una seconda anima: la nota di eleganza e sinuosità data proprio dai tessuti quotidianamente maneggiati dal signor Woodcock e che egli sceglie accuratamente. A questo punto è doveroso, quindi, citare colui che ha realmente confezionato i meravigliosi abiti che gli spettatori possono ammirare nel corso della pellicola. Si tratta di Mark Bridges, il quale, dopo un lungo periodo di studio e dopo essersi lasciato ispirare da nomi come Victor Stiebel, Charles James e Hardy Amies, ha impiegato sei mesi per realizzare gli stessi abiti che gli sono valsi l’Oscar, com’era già successo nel 2012 per The Artist.

Se è vero che «Dentro l’imbottitura di un abito ci si può nascondere qualsiasi cosa», le atmosfere opache di cui si parlava sopra, altro non sono che il miglior modo di mostrare all’esterno tutto ciò che fin da piccolo Reynold ha imparato a cucire nelle pieghe dei suoi ed altrui abiti. Basta pensare alla foto di sua madre che porta con sé, cucita nella fodera della giacca all’altezza del cuore, per rendercene conto. Questo particolare viene rivelato dallo stesso protagonista ad Alma – giovane cameriera conosciuta una mattina al bar.

La ragazza diventa quindi il perno del racconto. Se inizialmente sembra soccombere alla vita dell’uomo di cui si è innamorata e al di lui carattere particolarmente spigoloso, sul concludersi della vicenda risulterà essere l’unica in grado di portare luce e riposo – anche se forzato – nella buia e frenetica, ma fortemente abitudinaria, esistenza di un uomo che non è per nulla abituato a lasciare che qualcuno si curi di lui.

Il raffinato teorema romantico a cui si ha l’impressione di assistere al principio della storia, quindi, è destinato a rivelare il suo vero essere: un thriller psicologico i cui protagonisti sono due schiavi del dolore e sono dipendenti l’uno dall’altra. Reynold, infatti, non si ribella alla confessione di Alma di aver avvelenato la sua cena ed Alma, dal canto suo, è ben felice di essere la sua musa ispiratrice, nonostante questo comporti il dover essere completamente a servizio del genio creativo del suo uomo come della sua sregolatezza, anima e corpo.

Ecco che Il filo nascosto mostra la sua vera natura di film di superfici e non di profondità, in cui l’amore tra i protagonisti è il risultato dell’unione di due solitudini esattamente come nella sartoria, dove gli abiti sono il risultato non della fusione di elementi diversi, ma solo del loro appoggiarsi ed intrecciarsi.

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