NUREYEV: THE WHITE CROW, storia di un ballerino

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Se qualcuno ancora non l’avesse notato, il 2019 è l’anno dei biopic: film che raccontano la vita, spesso complicata e rocambolesca, di personaggi famosi passati alla storia. Dopo Freddie Mercury, Elton John e Van Gogh, è la volta di un ragazzo russo che, nel Novecento, cambiò per sempre le sorti della danza classica: Rudolf Nureyev.

Se oggi abbiamo il nostro Roberto Bolle, lo dobbiamo a Nureyev. Se oggi la danza classica è un virtuosismo che rimane in equilibrio tra leggiadria e virilità, lo dobbiamo a Nureyev. Se oggi il balletto maschile non è solo prese e accompagnamento femminile, ma anche salti, piroette ed emozioni, lo dobbiamo a Nureyev.

Il film, diretto da Ralph Fiennes, viene quindi inevitabilmente visto attraverso il filtro di un amore incondizionato: quello verso l’uomo che cambiò la storia del balletto classico per sempre. Nonostante questo evidente rispetto nei confronti di uno dei più grandi ballerini di tutti i tempi, il regista non rinuncia alla verità, mostrandoci Rudy in tutte le sue sfaccettature.

Da subito si mette in chiaro che l’umiltà non è esattamente uno dei suo pregi e che la sua arroganza e sfacciataggine vanno a braccetto con il suo talento. Il suo carattere burbero e la sicurezza che ha in sé stesso sono quanto di più fuoriesce dalla descrizione di questo personaggio. Insomma, per farla breve, Nureyev non è mai stato il classico protagonista di un film sulla danza. Anzi, a giudicare dalle apparenze, potrebbe assomigliare molto di più al cattivo della vicenda.

Ma il regista riesce ad andare oltre questo stereotipo di “prima donna”, mostrandoci anche un Rudy più riflessivo, amante dell’arte (in particolare de “La zattera della Medusa” di Théodore Géricault) e dei trenini giocattolo, legame con la sua famiglia e con la sua nascita su un treno.

Questo biopic, tradizionale ma non troppo, è ispirato al monumentale libro biografico di Julie Kavanagh e racconta nei minimi dettagli carattere e storia del suo protagonista. Cresciuto in povertà in Ufa, un piccolo paesino dell’Unione Sovietica, Rudolf è un ragazzo innamorato della danza in un paese che vuole costantemente farlo sentire in debito, come se tutti i suoi traguardi e il suo talento gli fossero stati generosamente donati dalla sua madre patria. A ventidue anni, entra a far parte della compagnia Kirov Ballet che porta la tradizione del balletto russo in tutto il mondo, Parigi compresa. Qui, a questi giovani danzatori, è concesso di girare per la città, sempre sotto il rigido controllo dei supervisori. Ma Rudolf è un ragazzo ribelle, che non vuole sottomettersi alle regole e che cerca in tutti i modi di essere libero.

Così, quando all’aeroporto di Le Bourget nel 1961, i suoi supervisori cercano di riportarlo in Russia con la forza, lui si ribella e, grazie all’aiuto dell’amica Clara Sint, chiede asilo politico alla Francia. Questa parte fondamentale della sua vita, che copre l’ultima mezz’ora del film, viene raccontata con l’efficacia e la tensione di un thriller politico. La macchina da presa scalpita, si incolla ai visi dei protagonisti, gioca con i minuti e i secondi, e anche se sappiamo come sono andate le cose, restiamo col fiato sospeso.

Passando alla parte tecnica, il film si struttura come una sorta di treccia che aggroviglia tre piani temporali: l’infanzia, i primi anni in Accademia e le settimane trascorse a Parigi. Ora, nonostante trovi azzeccata la scelta di non raccontare l’intera storia in ordine cronologico, gli ultimi due periodi tendono (in principio) a non essere distinti in modo sufficientemente netto.

Gli anni in Accademia, infatti, non vengono raccontati sin dall’inizio del film e, nel momento in cui appaiono, risultano un po’ un fulmine a ciel sereno, sprazzi di vita che il pubblico non sa collocare. Solo dopo diverse scene capiamo effettivamente che il suo rapporto con il maestro di danza Alexander Pushkin risale a prima del viaggio a Parigi.

Forse questo intreccio contorto sta a significare quanto questi tre periodi della vita di Nureyev siano connessi e quanto siano stati fondamentali per far nascere la stella del balletto. Nonostante questo, credo che, almeno queste ultime due linee temporali, sarebbero potute essere raccontate in ordine cronologico.

Passando alla regia, devo ammette che Ralph Fiennes ha compiuto una scelta molto raffinata, dimostrandosi un grande esteta nel raccontare i bassifondi russi e la malinconia che giace nell’animo umano. Sceglie per questo film una fotografia semplice e d’effetto, con uno stile che richiama gli anni in cui la storia è realmente accaduta, forse per dare l’impressione di guardare un documentario.

Il suo Nureyev sfiora spesso il sublime, soprattutto nelle sequenze in colori accesi e brillanti che rammentano le pellicole in technicolor e che lo mostrano volteggiare. Tuttavia, le sue piroette e i suoi salti conquistano ma non ipnotizzano, forse perché il tempo che il ballerino trascorre sul palco non è abbastanza e perché in gioco, in una narrazione lunga 2 ore, ci sono tanti altri elementi, forse troppi, a cominciare dalla formazione e da una storia familiare che lo porterà a sacrificare gli affetti in nome della realizzazione personale.

La pecca più grande di questa pellicola sono forse gli attori che non commuovono e non convincono. Ciò è probabilmente dovuto anche alla debolezza dei loro personaggi, tutti completamente schiacciati dal protagonista. Quest’ultimo, in particolare, è interpretato da Oleg Ivenko, classe 96, un ballerino professionista alla sua prima esperienza con il mondo cinematografico. Bisogna ammettere quindi che, per essere un attore alle prime armi, ha svolto un lavoro più che discreto.

Per concludere, Nureyev – The White Crow è un biopic bello ed interessante, l’ennesima dimostrazione di un’intelligenza vivace e della voglia di fare un cinema che magari non osa, ma che rispetta profondamente ciò di cui parla.

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