ALADDIN: il Medio Oriente in chiave moderna

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Aladdin-recensione-monlaw

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Prima di iniziare con la recensione di Aladdin, vorrei provare ad esporre un piccolo concetto. Oggigiorno, l’attesa di un remake è quasi sempre l’attesa di una delusione. Il vecchio classico “Non sarà mai come l’originale” ci porta ad essere insoddisfatti del risultato già in partenza. Prima di Aladdin, c’è stato Dumbo e prima ancora La Bella e la bestia. Tutti questi film sono stati etichettati con un voto simile a: “Bello? Sì, ma in confronto al cartone animato non c’è storia”.

C’è chi parla di Fan-service, spesso in tono dispregiativo, come se fosse una cosa sbagliata o un modo per accalappiare facilmente il pubblico. Personalmente, credo che questo sia un punto di vista distorto della realtà: il cinema è un’industria e, come tale, che la cosa ci piaccia o no, ha bisogno che i soldi vi “girino”, altrimenti nessuno produrrebbe più film. La sua abilità non sta quindi nel realizzare i prodotti più originali del mondo, ma nel fare le giuste scelte di mercato.

E quale scelta è più giusta di unire intere generazioni? Quante volte ci capita di accompagnare i nostri figli al cinema, davvero curiosi di assistere allo spettacolo? Quello che distingue un cartone animato qualunque da un classico Disney è proprio questo!

Nella sala, accanto a me, sopra di me e sotto di me, c’erano tre generazioni: i bambini, nati con la computer grafica, le mamme, cresciute con i classici Disney e un po’ desiderose di tornare indietro nel tempo, e le nonne, che avranno passato pomeriggi interi a sentirsi dire dalle proprie figlie (che arrivavano con il VHS stretto fra le mani): “Mamma, possiamo vedere Aladdin?”.

Ora, pur continuando a chiamarlo Fan-service, cosa c’è di male in questo? Io trovo che l’idea di realizzare remake di cartoni animati che hanno cresciuto intere generazioni, faccia bene all’industria tanto quanto alle famiglie. Due ore in più da passare insieme… che, di questi tempi, non sono affatto scontate.

Chiarito il noioso concetto, passiamo al sodo!

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Aladdin è un Live-Action fedele e moderno allo stesso tempo. All’inizio, quando ho saputo che la regia era stata affidata a Guy Ritchie, ho pensato solo una cosa: perché? Tuttavia, dopo averlo visto, mi sono dovuta ricredere e non posso che essere d’accordo sulla scelta.

Il regista, conosciuto soprattutto per Lock & Stock o per i più recenti Sherlock Holmes e King Arthur, non ha avuto difficoltà a lasciare la propria impronta anche in questa pellicola, facendosi riconoscere sin dai primi minuti del film. La fuga di Aladdin, infatti, non è più soltanto un saltare qua e là, ma il risultato di mosse precise e studiate. È come vedere un ragazzo che fa parkour in un video su Youtube. In questo modo, Ritchie ha portato la storia nella nostra realtà, senza però stravolgerne l’essenza.

Quest’ultima, a proposito, viene percepita immediatamente. Il merito, in buona parte, è certamente da attribuire alla musica. Prima ancora di vedere i personaggi, la melodia esotica ci catapulta subito in quel mondo, così come la fotografia in classico stile Disneiano.  Non c’è da sorprendersi che le musiche siano state affidate allo stesso compositore di quasi trent’anni fa.

Proprio così!

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Alan Menken, storico compositore Disney (e vincitore dell’Oscar alla miglior colonna sonora per La Sirenetta, La bella e la bestia e Pocahontas), era presente in Aladdin 1992 così come in Aladdin 2019. Anche lui, come il regista, ha scelto di aggiungere un po’ di brio, rendendo più attuali le musiche della vecchia edizione e aggiungendone di nuove. In alcuni momenti ci sono basi che fanno da sostegno a un vero e proprio beat-box. Anche le coreografie sono in perfetta sintonia con lo stile esotico. Ci sono i balli tradizionali del Medio Oriente, spezzati da passi di hip-hop e addirittura da una buona dose di break dance.

L’unica nota dolente della parte musicale sono i testi delle canzoni originali che, a mio parere, sono decisamente poco studiati. “Forte come il mare, tu non mi puoi fermare” … non è esattamente il massimo dell’originalità, soprattutto se paragonato ai testi delle musiche del 1992 (come “Il mondo è mio”) che affiancano questi nuovi brani. Nonostante ciò, ho gradito molto la scelta di inserire un momento di grande femminismo nelle canzoni di Jasmine. La citazione: “Questa voce nessuno la spegne” è degna di uno slogan o, al minimo, di un hashtag. In sintesi, quindi, a parte qualche frase fatta, tutto appare in perfetta armonia.

Anche il cast ha decisamente il suo perché. Will Smith ha portato sul grande schermo la sua ironia, vestendo i panni del Genio della lampada, al quale ha dato una sua personale interpretazione (a mio parere, un po’ troppo allegra se si pensa al fatto che il Genio avesse come unico desiderio quello di poter finalmente essere libero). Anche Mena Massoud, con il suo fascino esotico e le sue origini egiziane, calza a pennello nei panni di Aladdin, interpretanto egregiamente un diamante grezzo che ha bisogno solo di un occasione per poter brillare.

Per quanto riguarda invece Naomi Scott, la giovane attrice inglese diventata famosa nel mondo Disney per Lemonade Mouth, abbiamo poco da dire. È stata convincente nel ruolo di Jasmine, bella, espressiva e assolutamente credibile. La nota di modernità ha toccato anche il suo personaggio: non solo Jasmine non vuole un matrimonio combinato ma addirittura ambisce a prendere il posto del padre come Sultano, qualcosa di impensabile per i tempi e per la cultura in cui Aladdin è ambientato.

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Insomma, come remake sembra essere riuscito in tutto e per tutto. Tranne per un unico particolare: Jafar. L’antagonista non è importante e spaventoso come lo ricordavamo, ma forse la spiegazione è da attribuire alle tempistiche del personaggio. Solitamente -cercando di non entrare troppo nei particolari tecnici di una sceneggiatura- il cattivo di turno si mantiene crudele, insensibile e subdolo fino al punto di saturazione, quando poi sbotta e racconta la verità dolorosa che si cela dietro la sua rabbia. Qui Jafar, al contrario, già nei primi dieci minuti del film, mostra le sue debolezze, con una di quelle tipiche frasi da cattivo che ne ha la scatole piene: Sai quanto ho sudato per arrivare fino a qui? Sai quante umiliazioni ho dovuto subire? E così via, etc etc etc…

Forse, è stato proprio questo mettersi a nudo a non farcelo temere. Ma chi lo sa? Quel che è certo è che non bisogna mai dare per scontate le scelte di un esperto, specie quando si parla di Guy Ritchie. Il suo lavoro registico ma, soprattutto, la scelta di colori vivaci, di costumi favolosi e di scenografie da sogno, hanno decisamente giovato alla realizzazione di questo attesissimo remake. Forse, l’unica pecca a livello tecnico che si possa trovare, è la pessima realizzazione delle scene sul tappeto volante, decisamente poco credibili (si vedeva da lontano un miglio che erano state realizzate al computer).

Aladdin, in ogni caso, rimane uno spettacolo da godersi, una favola di gran gusto sospesa tra passato e presente, frutto di un gran talento registico.

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