“L’ inganno”- la vittoria delle bionde

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l'inganno-recensione

l'inganno-sofia coppola- recenione film

Con un titolo che racchiude in se la vera essenza di questo film, la regista, Sofia Coppola, da vita ad una storia tra il macabro e il drammatico-sentimentale. In piena Guerra di Secessione, nel profondo Sud, delle donne di diverse età, che sono rimaste in un internato per ragazze di buona famiglia, danno ricovero ad un soldato ferito. Durante la sua permanenza, che non passa di certo inosservata agli occhi di queste signorine che da anni non parlavano con un uomo, la situazione si complica e la tranquillità, che da sempre regnava in quella casa, si rompe inesorabilmente. Giorno dopo giorno nascerà una forte tensione che muterà profondamente i rapporti tra le inquiline e l’ospite indesiderato.

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La regista da vita ad una storia in perfetta linea con la sua idea di cinema. Affrontando temi come l’alienazione, la passione, l’inganno, la vendetta e il desiderio, la Coppola ambienta questo film in un’elegante prigione domestica, dove le fanciulle lavorano, studiano e ricamano. Le loro giornate trascorrono inesorabili, tutti uguali, come se vivessero in un universo parallelo in cui la guerra non stesse avvenendo. Regole, buone maniere e carità cristiana sono le uniche cose che conoscono e che fanno parte della loro quotidianità. L’unico momento in cui questo annullamento della realtà viene meno è nella preghiera serale volta a benedire i soldati in battaglia.

Sotto questa campana di vetro, in cui Miss Martha (Nicole Kidman) ha creato la sua scuola “Farnsworth Seminary for Young Ladies”, un universo autoriferito in cui non c’è rapporto tra esterno e interno ma solo calma, tranquillità e ubbidienza, le giovani donne si sentono confinate e soffocate. Prime fra tutte Edwina Dabney (Kristen Dunst) e Alicia (Elle Fanning) che non riescono a sopportare questa vita di stenti. L’arrivo del soldato riaccenderà in tutte le donne, e in loro in particolare, una passione e un fuoco che da tempo avevano confinato e che forse non sapevano nemmeno di avere.

La materializzazione del caporale John McBurney (Colin Farrell) porta alla rottura di questo universo immobile e, nell’istante in cui l’infrazione si compie, tutte iniziano a manifestare un desiderio di libertà e indipendenza. Il gruppo, un tempo unito, si sfalda e l’istinto ammaliante e frivolo delle inquiline si risveglia dopo anni di torpore.

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Questa sotterranea tensione affiora in superficie attraverso vestiti eleganti, bottoni, nastri per capelli, spille del giorno di festa, pendenti di perle sottratti goffamente e un profumo spruzzato timidamente. Per il caporale? No, per se stesse. Con l’arrivo di un uomo, il cui aspetto è assolutamente irrilevante, si risveglia in loro il desiderio di essere donne, di essere belle e desiderabili.

Colin Farrell è semplicemente il primo arrivato che si ritrova intrappolato in una casa degli orrori travestita da casa delle bambole. Questo uomo, narcisista e marpione, pensa di aver trovato le galline dalle uova d’oro ma, ciò che può sembrare magico e meraviglioso in realtà è un vero e proprio incubo.

L’attore è riuscito perfettamente a dar vita ad un personaggio ambiguo, uno di quelli che non sai mai se dover amore od odiare. Anche Nicole Kidman, nel suo ruolo di “madre superiora”, riesce a tenere saldamente le redini del suo personaggio. È squisitamente diretta, dolce ma severa e iperprotettiva nei confronti delle sue allieve, anche loro ben interpretate.

Personalmente devo dire che Kirsten Dunst non mi ha fatto impazzire. Non riesco a capire il perché ma il suo volto non mi trasmette niente. Mi par sempre di vedere una bella maschera di vetro. Al contrario, ho molto apprezzato Elle Fanning, un’attrice ormai non più emergente, nonostante la sua giovane età, che ha dato vita ad un personaggio che mi è piaciuto tantissimo.

Nonostante tutto ciò gli attori non sono i veri protagonisti della vicenda. I dialoghi e le brevi frasi che si scambiano non sono altro che una minima parte del film. L’ambientazione, le musiche, gli abiti (un grande applauso ai costumisti!) e i silenzi assordanti dominano sulla scena facendo si che, per tutta la durata del film, aleggi tra gli spettatori un senso di inquietudine e turbamento.

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