Emily in Paris- come insultare i francesi

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Emily in Paris è la nuova serie targata Netflix che ha come protagonista la giovane e bellissima Lily Collins. Prima di cominciare questa commedia romantica seriale, avevo supposto di trovarmi di fronte a una versione episodica di Il diavolo veste Prada: una storia d’amore europea tra una giovane donna e il suo lavoro invidiabile.

Ho anche immaginato, nel vedere il trailer, che forse lo spettacolo sarebbe andato in una direzione simile all’epilogo di Sex and the City: una narcisista americana si trasferisce a Parigi e scopre che, vivere in una nuova città mentre è sentimentalmente legata a un ragazzo rimasto a Chicago, non è così romantico come potrebbe sembrare.

Parigi, in queste due pellicole che ho appena citato, veniva dipinta coma la città in cui le nuvole si aprono, i pensieri si schiariscono e l’anima trova un significato.

Al contrario, in questa prima stagione, composta di dieci episodi, di Emily in Paris, la città più romantica del mondo viene descritta come un cofanetto stupendo pieno di cioccolatini avariati. A soli cinque minuti dall’inizio del primo episodio, ci rendiamo già conto che Emily in Paris è una fantasia sulla pigrizia millenaria, una storia che vuole prevalentemente mettere in luce la superiorità lavorativa ed economica americana su quella Europea.

La serie è colma di tutti i più classici pregiudizi e luoghi comuni sugli abitanti parigini, elementi che in una commedia potrebbero apparire sicuramente utili per rafforzare il lato comico, ma che qui risultano quasi offensivi e decisamente troppo caricaturali.

Emily in Paris è un’intera utopia su un personaggio che non ha bisogno di migliorarsi, né caratterialmente né lavorativamente, ed è decisamente lontana dal mito che il duro lavoro si traduca in successo.

La ragazza non deve ascoltare i suoi capi o migliorare nel suo lavoro di marketing, per il quale lei stessa dice di essere sottoqualificata. Non deve parlare francese, anche se tutti le dicono che avere una vita a Parigi significa imparare la lingua. Inoltre, non ha bisogno di andare al bar o alle feste per trovare nuove persone con cui fare amicizia o sedurre perché sono loro a trovare lei. Insomma, questo personaggio non deve sforzarsi in nulla, tutto le piove dal cielo. Non è lei ad adattarsi alla nuova società in cui vive, è il mondo che si plasma a sua immagine e somiglianza… un po’ come se i francesi avessero solo da imparare dalla perfezione americana.

I suoi clienti trattano le sue idee sul “coinvolgimento sui social media” come un vangelo prezioso. I suoi post su Instagram di dessert e cheeseburger sono estremamente popolari. Gli uomini, belli e ricchi, la trovano inebriante e magnetica.

Tutta questa insensatezza offre un mondo di sogni confortante e ironicamente elettrizzante che ignora tutto ciò che ci è stato detto sui risultati professionali e personali. Emily in Paris immagina un’esistenza passiva premiata più e più volte… non molto realistico, né tanto meno educativo, ma dato che il mondo reale ha solo tanto dolore e drammi da offrirci al momento, il ritratto di una terra in cui non accade mai nulla di brutto è una tregua tanto necessaria quanto efficace.

Lo show infatti ha un potere quasi magnetico. Con i suoi colori vivaci, gli abiti da sogno, le bellissime e fresche ambientazioni parigine e il carattere frizzante della protagonista, Emily in Paris è uno show che ti cattura completamente, costringendoti ad arrivare al suo epilogo nell’arco di poche ore.

Passando alla trama, Emily in Paris racconta la storia di Emily Cooper (Lily Collins), una giovane donna che lavora in una società di marketing a Chicago. Viene presentata come una fanciulla innamorata ed esperta del suo lavoro, con un carattere gioviale e frivolo, una persona dolce e piacevole con un sorriso sempre stampato sulla faccia che niente e nessuno riuscirebbe mai a toglierle.

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Grazie alla gravidanza a sorpresa del suo mentore Madeline (Kate Walsh), Emily deve trasferirsi a Parigi per accettare il nuovo lavoro del suo boss: un servizio di marketing per marchi di lusso per Savoir. Nonostante non sappia il francese e sia solamente una semplice assistente con pochissima esperienza, parte senza alcun tipo di preoccupazione. Normalmente la prospettiva di iniziare un nuovo lavoro per il quale non si è qualificati, in un paese con una lingua e leggi di marketing diversi, richiederebbe una seria riflessione.

Ma per Emily, questi enigmi terrestri non esistono. E così, con una mossa estremamente poco realistica, quasi come se la ragazza vivesse nel mondo degli unicorni volanti, l’esperta di marketing IBS va a Parigi.

Qui, i due conflitti principali che Emily deve affrontare sono capire come contare le rampe di scale nel suo condominio e riuscire a soddisfare Sylvie (la filippina Leroy-Beaulieu), il suo nuovo capo a Savoir. Non fa bene nessuna di queste cose. Il suo vicino Gabriel (Lucas Bravo), come quasi tutti i personaggi maschili nominati nello show, è immediatamente attratto da Emily, nonostante questa gli sfondi la porta ad orari improponibili convinta di entrare nel proprio appartamento. Sylvie invece non la sopporta perché crede che Emily stia offuscando la reputazione dei marchi Savoir, rendendoli troppo “comuni” per gli eleganti consumatori francesi.

Invece di imparare l’aritmetica o il francese, come consigliato sia da Gabriel che da Sylvie, Emily arranca e costringe le persone che incontra ad adattarsi a lei. Dice a Savoir che lavora sodo, nonostante abbia a malapena tentato di imparare la lingua parlata dai suoi clienti e dal suo capo. Non sembra tenere un calendario delle riunioni, nonostante affermi di essere organizzata meticolosamente. Inoltre, non ha molte idee promozionali per i suoi clienti oltre a “rendere popolare qualcosa su Instagram”.

Allo stesso tempo, Emily apre un nuovo account Instagram (handle: emilyinparis), dove pubblica foto e boomerang di se’ stessa mentre fa ciò che i parigini considerano estremamente turistico: scatta selfie dal suo balcone con vista sulla città e adula la Torre Eiffel. Condivide anche cose molto banali, come una foto di se’ stessa mentre mangia un pain au chocolat con la didascalia “burro + cioccolato = <3“. Insomma, più che una professionista del marketing, sembra una “esperta di tendenze” alla pari di Giulia De Lellis. Nonostante pubblichi immagini e didascalie cliché come “cheeseburger in paradiso”, la ragazza diventa super popolare sui social, minimizzando così il lavoro che i veri social media manager fanno tutti i giorni.

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La vita parigina di Emily non è quindi una tradizionale fantasia in cui la protagonista inizia lentamente a padroneggiare alla perfezione il suo lavoro, né tantomeno una serie di sfortunate peripezie amorose. Piuttosto, la storia di Emily in Paris parla di come vivere un’esistenza senza ansie e senza conseguenze negative. Inoltre, mentre vive una vita intellettualmente poco curiosa, la protagonista si diverte senza mai veramente riflettere sul suo comportamento. È tutto molto, molto leggero… a tratti troppo.

Una cosa da considerare è che mentre la vita di Emily è di oziosa beatitudine, le persone nella sua orbita stanno tutte lavorando sodo, nonostante nella trama venga detto che è proprio la protagonista a portare lo spirito lavorativo nelle vie di Parigi. La sua migliore amica Mindy Chen (Ashley Park), per esempio, parla almeno tre lingue e fa la babysitter pur di non rinunciare alla possibilità di vivere a Parigi da donna indipendente. E nonostante tutti i personaggi si ritrovino ad affrontare situazioni stressanti e a prendere decisioni difficili, in qualche modo, ogni volta che Emily sbaglia, l’universo le dà una pacca sulla spalla e le assicura che è degna di ogni sua singola ricchezza.

Penso che tutta questa superficialità e leggerezza, sia stata voluta dal creatore Darren Star per offrire allo spettatore qualcosa di divertente e poco impegnativo. Considerando lo stato attuale degli eventi – una pandemia senza una chiara fine in vista, una corsa presidenziale che potrebbe benissimo determinare il futuro della democrazia americana, incendi violenti il ​​cui fumo soffoca il sole e un crescente collasso economico, e molti altri problemi – è un enorme sollievo guardare qualcosa che non si preoccupa di cose così deprimenti. L’unico politico menzionato in modo prominente nello spettacolo è la first lady francese Brigitte Macron, ad esempio, e viene usata solo come oggetto di scena per uno scherzo sulle vagine.

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Guardare Emily in Paris è quindi come fare un bagno caldo alle proprie cellule cerebrali, una forma di piacere isolata e poco impegnativa. I conflitti non durano mai abbastanza a lungo da essere davvero importanti e anche allora hanno conseguenze basse. Come ci viene detto negli episodi successivi, essere licenziati in Francia accade raramente in realtà, perché ci sono troppe scartoffie allegate. Non ci sarà mai uno scenario peggiore per Emily.

Se i tempi fossero stati diversi e la pandemia non avesse messo in luce quanto la vita possa essere assolutamente marcia, probabilmente avrei definito Emily in Paris come qualcosa di troppo superficiale e decisamente sopravvalutato. Ma per ora, non vedo l’ora che esce la seconda stagione.

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