CIRCLE: la vita degli altri è nelle tue mani

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Dall’unione tra lo stile thriller psicologico e l’analisi della società nasce Circle, un film che riporta alla luce la più profonda natura umana: l’istinto di sopravvivenza. Sceneggiatori, registi e montatori della pellicola, lanciata su Netflix nel 2015, sono Aaron Hann e Mario Mascione.

50 sconosciuti si risvegliano in una stanza disposti in due cerchi concentrici al cui centro è posizionata una cupola nera. Ogni 2 minuti un raggio originato dal misterioso oggetto uccide un individuo gettando tutti nel panico. Ben presto emerge il fatto che le morti non sono casuali, ma è il gruppo a decidere chi vive e chi muore. Inizia così la lotta per la sopravvivenza, uno scontro con gli altri e con se stessi che porterà a galla la vera natura di ogni personaggio. Ciascuno cercherà di convincere gli altri di essere meritevole di continuare a vivere e di dover essere l’ultimo a rimanere in piedi.

Questo film indipendente che rielabora in chiave sci-fi il classico La parola ai giurati (1957), è un thriller particolarmente ansiogeno, sia per merito dell’ambientazione, sia grazie ai suoni. Tutta la vicenda è ambientata in un’enorme stanza scura, allo stesso tempo così grande e così opprimente. Il senso d’ansia è sottolineato principalmente dal suono di caricamento della cupola prima di lanciare il raggio letale che, fino all’ultimo istante, non si sa chi colpirà mortalmente.

A prima vista Circle è il classico film horror “ognuno per sé”, ma nasconde molto di più. La pellicola è un esperimento psicologico-sociale dal sapore fantascientifico che analizza la psiche umana partendo da una semplice domanda: se l’uomo è sociale per natura e deve prendere delle decisioni collettive, come farà contemporaneamente a curare il proprio interesse per garantirsi la salvezza?

Il tempo in cui si svolge la vicenda è breve e sembra catapultarci in una realtà parallela. Per un’ora e mezzo infatti ci ritroviamo a seguire, quasi in tempo reale, le conversazioni, i diverbi, i litigi e anche le grida di persone che cercano di comprendere cosa sia successo e, soprattutto, chi sia degno di sopravvivere. Il montaggio veloce, che lascia poco spazio ai primi piani e ai campi totali, tiene serrato il ritmo, per sottolineare il poco tempo di cui dispongono i prigionieri. In contrapposizione agli accesi scontri verbali c’è la staticità fisica di ogni individuo: ciascuno è imprigionato nel proprio cerchio rosso, senza poter avere contatti fisici con gli altri protagonisti.

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Ottimo è anche il bilanciamento tra silenzio e suoni, nonché l’assenza di musica, che oltre ad aumentare il senso di angoscia, ci fanno percepire la trama come reale, un po’ come se queste persone fossero state imprigionate affinché noi potessimo studiarle.

In questo Hurger Games statico e privo di azione, i 50 personaggi (tra il folto cast possiamo trovare attori come Carter Jenkins (Alieni in soffitta), Lawrence Kao (The Walking Dead), Julie Benz (Dexter) e Michael Nardelli (Revenge)) sono tutti differenti tra di loro e nessuno prevale sull’altro: non ci sono protagonisti, solo comparse. È difficile empatizzare con uno in particolare, mentre le antipatie nascono una dopo l’altra.

Se in un primo momento è facile immaginare che l’avversione per alcuni sia data dalle convinzioni morali, riflettendoci meglio è invece data dall’atteggiamento che questi tengono verso i compagni di sventura. Ciascuno cerca di convincere gli altri che è degno di vivere, che ama ed è amato, che è buono, che porta valore, che è nel giusto. Tutto ciò in modo egoistico, vedendo solo quanto c’è in sé stesso e mai negli altri. Circle è quindi un’ora e mezza di dialoghi che sezionano la psiche cercando di mettere in crisi lo spettatore e facendo riflettere su cosa significhi veramente essere umano.

Analizzando più approfonditamente il film si nota come questo descriva varie fasi in cui i personaggi provano a capire e risolvere la situazione. I protagonisti inizialmente spaesati nell’oscura stanza di morte in cui si trovano si pongono delle legittime domande: “dove sono?”, “perché hanno preso proprio me?”.

La trama entra nel vivo quando i protagonisti capiscono che è il gruppo a scegliere la vittima. In questo modo il centro dell’attenzione diventa unicamente l’uomo. Entrando in una spirale di introspezione, si analizza come la società etichetti ciascun individuo stereotipandolo. Circle affronta infatti numerosi clichè: la bambina, l’uomo ricco, gli amanti, il ragazzo di colore, il soldato, il poliziotto, la donna incinta…

Oltre alla critica verso la società, Circle mette in luce anche alcuni valori nobili per l’uomo. Primo è il rifiuto di contribuire alla morte di un altro essere umano. Secondo è il  “senso comune”, come viene definito nel film, il dovere di protezione nei confronti di un individuo più debole rispetto al resto del gruppo. Terzo (in contrapposizione al precedente): sostenere l’uguaglianza assoluta degli individui.

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A questo punto emergono vari temi su cui dibattono i restanti personaggi. Dall’idea dell’esistenza di Dio al concetto di famiglia, dall’avere un buon lavoro e apportare valore al mondo tramite le proprie azioni. Il fine è quello di trovare un metro di giudizio che permetta ai sopravvissuti di decidere chi sarà il prossimo a morire.

La visione è apparentemente difficoltosa, il film è in lingua originale e non esiste un doppiaggio in italiano, sostituito però dalla presenza di sottotitoli. Si tratta di un prodotto impegnativo dal punto di vista mentale e, per coglierne tutte le sfumature, una sola visione certo non basta.

Il problema di questo film è un finale piuttosto deludente. Similmente a 10 Cloverfield lane, niente di quanto è successo viene spiegato. Ci ritroviamo in questa strana realtà che, così come i protagonisti, dobbiamo accettare senza ricevere risposte alle nostre domande.

In conclusione, Circle è sicuramente un film interessante, forse un po’ pesante perché ricco di dialoghi e privo di azioni, ma sicuramente elettrizzante e ansiogeno.

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