Volevo nascondermi: il vero nome della follia è Arte

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volevo nascondermi recensione

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Antonio è figlio di emigrati in Svizzera di origine emiliana. Dopo la morte della madre, viene affidato a una famiglia adottiva, ma dopo poco tempo si vede rispedire in Italia per aver aggredito la “nuova” mamma.

Sulle rive del Po inizia così a dipingere per impiegare il tempo e alleggerire il senso di ansia. Tuttavia, solo l’incontro con Renato Marino Mazzacurati lo convince a dedicarsi all’arte totalmente, permettendogli di costruire un mondo nuovo fatto di colori e animali esotici.

Dopo il lungo periodo di stop forzato, l’estate ha, finalmente, permesso di poter tornare a godersi un film davanti al grande schermo. Per facilitare la cosa, ecco che hanno preso corpo iniziative come D’autore d’estate 2020: tra sabbia e stelle, una delle tante in tutta Italia, che hanno portato il cinema fuori dalla sala permettendo al pubblico di vivere momenti di condivisione in sicurezza.

Uno dei film in programma nell’ambito di questa rassegna è proprio Volevo nascondermi, ultimo lavoro di Giorgio Diritti che vede Elio Germano nei panni del pittore svizzero Antonio Ligabue, già impersonato, nel 1977 da Flavio Bucci nell’omonimo sceneggiato di Rai 1 in tre puntate, ruolo che è valso al trentanovenne attore romano l’Orso d’argento come Miglior attore all’ultimo Festival di Berlino.

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Quello di Diritti è un cinema essenziale, senza fronzoli, legato alla terra e al linguaggio delle sue immagini; ecco che la sua idea di Antonio Ligabue – perfettamente portata in scena da Elio Germano senza eccessi ma con grande equilibrio – è quella di un uomo semplice che, nel suo continuo altalenare tra genialità e sfortuna, rappresenta la vera essenza di ogni uomo.

Se si volesse fare un paragone, si potrebbe affermare che la terra, i piccoli borghi del territorio emiliano, la campagna e la stessa Pianura Padana, siano per il regista esattamente ciò che gli animali esotici ed i bambini erano per il Ligabue: luoghi in cui il fuoco creativo acquista vigore, ma, contemporaneamente, portatori di una sensazione di pace interiore difficile da reperire altrove.

Le riprese del film, infatti, si sono svolte proprio nei luoghi della provincia di Reggio Emilia in cui Antonio Ligabue trascorse molti anni della sua vita e che gli concessero la tanto agognata possibilità di esprimere tramite i colori e le «bestie» un’anima che, forse per scarsa cultura, al resto del mondo risultava folle e degna solo di disprezzo.

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Lungi dal voler giudicare questo tipo di atteggiamento, però, il valore che Diritti riconosce a questo grande nome del ’900 è chiarito dalla tenerezza che traspare dai volti di coloro che lo guardano e riescono a vedere in lui il tormento e la genialità che lo rendono un artista, come il protagonista si definisce più volte nel corso della pellicola.

Soggetti delle sue opere non sono solo gli animali esotici, gran parte della sua produzione è fatta di autoritratti, simbolo di un forte senso di ribellione nei confronti di un mondo che cerca in tutti i modi di nasconderlo, come fa con tutto ciò che ritiene “diverso”, mentre lui vorrebbe solo esistere.

Ciò che rende un uomo semplice, come lo era Ligabue, un grande artista, è la voglia che lo abita di donare al mondo proprio quella diversità per cui esso lo ha relegato ai margini della società, perciò, in conclusione, si può dire che il lavoro di Giorgio Diritti, proprio per la sua semplicità estrema, possa essere definito simbolo di un amarcordismo nostalgico, ma anche e soprattutto della necessità, oggi più urgente che mai, che il mondo diventi un posto per tutti.

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