L’uomo del labirinto: Carrisi mette in scena le nostre paure

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L’uomo-del-labirinto

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Samantha Andretti (Valentina Bellè) scompare all’età di tredici anni, nel tragitto fra casa e scuola. Dopo quindici anni riemerge dal buio, senza che nessuno sappia cosa sia successo in tutto quel tempo. Tranne lei… ed è così che, mentre giace in un letto d’ospedale, drogata, confusa e con una gamba rotta, le viene affiancato il Dottor Green (Dustin Hoffman), un uomo che dà la caccia ai mostri nella mente delle vittime, e che seguirà la ormai giovane donna nel labirinto, reale e mentale, nella quale è stata a lungo tenuta prigioniera.

In una dimensione quasi parallela ma complementare, anche Bruno Genko (Toni Servillo), investigatore privato specializzato in recupero crediti, è alla ricerca del rapitore, mosso dai sensi di colpa per aver accettato e mai risolto quell’unico caso di scomparsa. Ma l’uomo potrebbe morire da un momento all’altro, la malattia al cuore che si porta dietro è pronta ad esplodere e i due mesi di tempo che gli restavano sono ormai scaduti.

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Donato Carrisi, dopo il successo de La ragazza nella nebbia, decide di trasporre sul grande schermo il suo romanzo più ambiguo e ambizioso. Trascina dapprima il lettore e poi lo spettatore in una trama complessa ma meticolosa, in cui nulla accade per caso e in cui ogni ricordo recuperato aggiunge un tassello fondamentale ad una storia mai banale.

L’uomo del labirinto segue in maniera abbastanza fedele il romanzo (del resto le opere di Carrisi sembrano già tutte delle sceneggiature), cambiando solo qualche piccolo meccanismo. Fino al finale che nella pellicola diviene potente e chiarificatore, laddove nell’opera letteraria rimaneva volutamente fin troppo ambiguo.

Il labirinto viene rappresentato alla perfezione e le paure della protagonista prendono pian piano forma anche nella nostra mente. Il cattivo ha le sembianze di un coniglio gigante, si spersonalizza e diviene il mostro archetipico di cui tutti i bambini hanno paura. Ma è anche tremendamente umano e unico, e la sua vicenda ci viene rivelata gradatamente, anche se nel romanzo la storia che si cela dietro la nascita di Bunny colpisce il lettore in maniera molto più profonda, divenendo uno degli elementi più disturbanti della narrazione.

Le atmosfere sono cupe e soffocanti e il senso di ambiguità e spaesamento diviene la cifra stilistica della pellicola. Il caldo asfissiante che non lascia tregua e la penombra nella quale molte delle scene vengono girate divengono la rappresentazione del tema cardine della pellicola: la paura del buio. Buio inteso come luogo dell’anima, in cui le vittime di Bunny ma in generale tutte le vittime dei romanzi di Carrisi finiscono, rimanendone irrimediabilmente “infettate”.

Il modo in cui ognuno poi decide di elaborare questa esperienza divide i protagonisti dell’immaginario dello scrittore in buoni o cattivi. E nel caso de L’uomo del labirinto se ne può uscire come Samantha, spaventati e feriti, ma pronti ad allontanarsi dal proprio trauma, o come Bunny, maschera dietro la quale si cela chi ha deciso di farsi trascinare definitivamente dal buio, in maniera quasi ineluttabile.

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Ma non è solo il labirinto a rinchiudere i protagonisti: tutta la pellicola si svolge in ambienti piccoli e angusti, come la cantina di una fattoria, la stanzetta di un custode, la camera di un ospedale o l’ufficio persone scomparse della polizia, il Limbo, un luogo senza fine e allo stesso tempo soffocante e claustrofobico (e chi ha letto questo ma anche altri romanzi di Carrisi non poteva che averlo immaginato esattamente in questo modo). In tal senso, risulta fondamentale la fotografia, che alterna colori accessi a toni più scuri, in un gioco cromatico che contribuisce al senso di spaesamento dello spettatore.

In questi luoghi si muovono i tre protagonisti, interpretati da Dustin Hoffman, Valentina Bellè e Toni Servillo. I primi due risultano credibili e le interazioni fra i loro personaggi sono rassicuranti e ambigue allo stesso tempo. Hoffman, nei panni del dottor Green, è ipnotico e provocatorio, mentre Valentina Bellè, con le sue labbra screpolate e il suo sguardo spento, dà corpo e voce in maniera efficace ad una giovane che vuole scoprire e raccontare cosa le è realmente accaduto.

Servillo, invece, a volte risulta un po’ sopra le righe, e ciò rende il personaggio di Bruno Genko meno riuscito del suo corrispettivo letterario. Del resto, con i suoi vestiti stazzonati, la fronte imperlata di sudore e il suo senso di colpa tardivo risulta il personaggio più complesso da rappresentare.

Per i lettori, però, rimangono troppo sullo sfondo personaggi importanti come Simon Berish (Vinicio Marchioni), il responsabile del Limbo, Linda (Caterina Shulha), l’unica amica di Genko, e i due poliziotti che si occupano in maniera ufficiale del caso di Samantha, Bauer (Orlando Cinque) e Delacroix (Filippo Dini), che nella pellicola divengono mere comparse.

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La regia risulta più matura e disinvolta rispetto alla prima pellicola, ma a volte troppo ambiziosa. Il film è girato e concepito in maniera complessa e stratificata e talvolta i molteplici livelli narrativi si intrecciano e si confondono lasciando lo spettatore un po’ stranito.

È una pellicola che non dà tregua, tanto al suo pubblico quanto ai suoi protagonisti, inseguiti e macerati dalle proprie paure. Che mescola generi e stili, che guarda tanto all’horror quanto al thriller psicologico, al costante inseguimento di un coniglio gigante e di una soluzione rassicurante che però non può trovare spazio negli angusti meandri del labirinto.

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