The Nest (il Nido)- l’horror italiano di Roberto De Feo

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Prodotto dalla Colorado Film e distribuito da Vision, The Nest (Il Nido) è il primo lungometraggio di Roberto De Feo. Il regista, già apprezzato per i due cortometraggi Ice Scream e Child K, mette a punto un horror tutto italiano, ma dal respiro internazionale.

È un film d’autore che punta tutto sull’estetica. A far “paura” in The Nest, infatti, non è la storia, ma l’atmosfera che il regista, la fotografia e i fonici riescono a creare. L’uso del silenzio e della musica classica (Sonata al chiaro di luna di Beethoven) e le lunghe inquadrature fisse, alternate a soffocanti primi piani, rendono il mood pellicola decisamente più tetro di quanto non faccia la trama.

La storia, infatti, che si svolge in Piemonte in una località chiamata Villa dei Laghi, racconta la quotidianità di Elena, una donna decisamente fuori dal comune, e di suo figlio Samuel, reso paraplegico da un incidente stradale, avvenuto in giovanissima età mentre era in macchina con il padre. I due vivono in una casa meravigliosa immersa nella natura, insieme ad una “famiglia” che si sono creati negli anni che, a guardare attentamente, assomiglia assai più ad una comunità in forzata convivenza.

La grande villa, così come la dimensione familiare, sono catene che obbligano Samuel, ormai adolescente, a restare inchiodato alla sua condizione, iperprotetto da una gabbia dorata, in cui vige un regolamento – un programma, per usare il linguaggio del film – rigidissimo. Il senso di soffocamento dato dalle eccessive e ansiose attenzioni materne, rendono il clima del film molto vicino alla situazione politica in cui ci troviamo, in cui il terrore di ciò che c’è al di fuori dei confini, paralizza le menti e i corpi, rendendo tanti aggressivi e irrazionali.

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Lo scompiglio, in questa situazione di pace e oppressione, nasce dal momento in cui Denise (Ginevra Francesconi), una ragazza ribelle e vitale, arriva a Villa dei Laghi. La fanciulla porterà un po’ di energia, propria della sua età adolescenziale, nella vita di Samuel che, per tutti quegli anni, aveva avuto, come unico divertimento, il suonare il pianoforte.

Per mettere a confronto queste due realtà apparentemente inconciliabili, De Feo fa uso di una colonna sonora decisamente efficace. Infatti, se al personaggio di Samuel, sin dall’inizio, viene attribuito un accompagnamento sonoro in stile classico, fatto di note gravi e struggenti, la freschezza di Denise è raccontata da Where is my mind dei Pixies. L’uso delle due sonorità, così opposte, eppure così armoniose nel loro susseguirsi e inseguirsi tra le scene e gli ambienti, non si limita a commentare l’azione, ma ha un vero e proprio ruolo nel completare il racconto.

Accanto alla musica, un altro elemento fondamentale della storia è la casa in cui tutta la trama viene ambientata, una sorta di palcoscenico (o di piccolo Eden) lontano dal mondo. La sua presenza, assillante ed opprimente, fa di questo elemento un personaggio vero e proprio. Tutto ciò che accade, tutto ciò che Samuel impara, è volto a portare avanti la tenuta, a tenere in piedi questa bolla che Elena, con lacrime e fatica, ha creato negli anni.

La grande casa diventa il pretesto per trasmettere un messaggio importante e di grande attualità: la fragilità dell’illusione di potersi chiudere in un mondo ideale, fuori dalle coordinate spazio temporali, e di lasciare all’esterno tutto ciò che c’è di negativo o pericoloso. Il film è intitolato The Nest proprio perché il luogo in cui è ambientato si impone sui suoi abitanti come un posto sicuro, un nido da cui è meglio non fuggire e che è bene proteggere.

Con la villa, agghiacciante come quella di Hereditary, si va così a creare un legame morboso, non dissimile da quello presente in Hill House di Mike Flanagan, la cui trama sembra ispirare la storia di questo film. Ciò che avviene nella pellicola, proprio come in Hill House, è tutto in preparazione ad un finale ad effetto che però, in questo caso, delude le aspettative.

Fino agli ultimi dieci minuti del film, lo spettatore si porta dietro mille domande, centinaia di dubbi sul perché Elena sia così iperprotettiva con il figlio e sul perché non voglia che veda il mondo al di fuori della tenuta. Beh, tutte queste domande alla fine hanno una risposta, ma, per come vanno le cose, forse sarebbe stato meglio, per me, rimanere nel dubbio.

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Perché? Perché il finale è in stile 10 Cloverfield Lane… e con questo ho detto tutto. The Nest (Il Nido) crea un’atmosfera ansiogena e di mistero, che si gonfia minuto dopo minuto con lo scorrere dei secondi e degli eventi che porta con sé, ma alla fine si sgonfia come un palloncino in un deludente finale tirato lì che sembra voler giustificare una trama interessante, ma apparentemente con nessuna logica di fondo.

A sollevare un po’ il morale dello spettatore, è l’ottima recitazione di quasi tutti i membri del cast. Tralasciando il piccolo Alexander Korovkin (Samuel), che ha una capacità espressiva, secondo il mio modesto parere, pari a quella di Kristen Stewart, gli altri attori sono decisamente superbi. Francesca Cavallin (Elena), la piccola Ginevra Francesconi (Denise) e Maurizio Lombardi (nel ruolo del Mad Doctor), ci regalano delle interpretazioni fredde, ma proporzionate al loro personaggio. Ci catturano e ci incantano tenendoci sulle spine fino alla fine, mantenendo alta l’attenzione dello spettatore, nonostante un ritmo lento e la pochissima azione.

Insomma, che altro dire? The Nest è sicuramente un horror d’autore di tutto rispetto (se si pensa ai canoni italiani e al fatto che, nel nostro paese, questo genere è considerato un po’ un taboo). A livello tecnico e sensoriale è certamente interessante, ma cavolo… il finale non sa veramente di niente!

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