Sei ancora qui (I still see you), il passato non ritorna quasi mai

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In un mondo in cui i morti camminano in mezzo ai vivi, niente è come sembra.

Un affresco macabro e seducente di un’esperienza raccapricciante, Sei ancora qui mischia storia e paranormale regalandoci uno spaccato in chiave interpretativa dell’esperienza vissuta dagli abitanti di Hiroshima e Nagasaki dopo l’esplosione della bomba atomica. Tratto da Break My Heart 1,000 Times di Daniel Walters, I Still See You è il film che segna la terza prova registica di Scott Speer e la seconda in tandem con la promettente Bella Thorne, con cui aveva realizzato il romantico dramma Il sole a mezzanotte.

Nonostante la guida dello stesso timoniere, per la Thorne, il ruolo di Veronica in I Still See You rappresenta una decisa virata rispetto a quello interpretato in The Midnight Sun. Se in quest’ultimo film, la giovane attrice indossava i panni di una ragazza acqua e sapone affetta da una malattia rarissima, in I still see You Veronica è una combattente dalle tinte dark che vive in un mondo di ricordi fin troppo concreti.

La storia fa uso del tipico incipit da teen-action postapocalittico, già presente in La Quinta Onda e Darkest Minds, dove la protagonista, in questi casi sempre donna, ci racconta di un evento catastrofico scatenante che ha portato alla situazione descritta dal film. Questa sorta di spiegone iniziale ci permette di entrare nel mood della vicenda e di capire sin da subito i sentimenti dei personaggi.

Sei Ancora qui vede come protagonista Veronica, detta Ronnie, una sedicenne molto sveglia e dalla bellezza goth. La ragazza, che vive in una cittadina dell’Illinois insieme alla madre, ci racconta di aver perso il padre dieci anni prima in un cataclisma, originato a Chicago, in seguito ad un misterioso esperimento nucleare, che ha ucciso milioni di persone su tutto il territorio degli Stati Uniti.

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Per Ronnie il ricordo di quel giorno è impossibile da dimenticare perché ogni mattina, a colazione, trova suo padre seduto a tavola, davanti al giornale e alla sua tazza di caffè. Si scopre così che gli Stati Uniti del 2020 sono popolati da fantasmi denominati “Redivivi”: residui di energia che compaiono per pochi secondi, sempre alla stessa ora, compiendo sempre le solite azioni.

Questo fenomeno ha delle “regole” ben precise, sulle quali Ronnie e i suoi compagni di classe vengono interrogati dal loro adorabile insegnante Mr. Bittner: i Redivivi non hanno coscienza di sé, non comunicano e non possono influenzare l’ambiente circostante. La loro presenza è un loop sempre uguale legato alla catastrofe, una pallida eco di persone che hanno vissuto e sono state amate.

Ronnie, che aveva già il sospetto che il fenomeno si stesse intensificando, ne raggiunge l’assoluta certezza quando, nel suo bagno, appare un nuovo fantasma, un ragazzo che sembra poter essere una minaccia per la sua incolumità. Impaurita, decide di indagare e con l’aiuto di un nuovo amico, lo schivo e silenzioso Kirk, scoprirà una verità mostruosa nascosta a tutti da tempo.

Come potete vagamente evincere da ciò che vi ho raccontato, Sei Ancora qui è ricco di riferimenti storici: dal muro nero con i nomi dei defunti che ricorda quello a Washington del memoriale per i caduti in Vietnam, fino alla palese allusione agli esperimenti che hanno portato alla realizzazione della bomba atomica e alla polverizzazione di Hiroshima e Nagasaki. Tutto questo è reso in chiave fantascientifica e paranormale. I Redivivi, infatti, non sono altro che una metafora per rappresentare come le persone che perdiamo non ci lascino mai veramente e siano sempre al nostro fianco, pronti a spronarci nel momento del bisogno.

Devo ammettere che questo film ha uno sviluppo davvero imprevedibile. Tutta questa grande metafora del dolore difficile da metabolizzare viene studiata a fondo e ogni particolare ha una sua spiegazione piuttosto plausibile. I dettagli risaltano davanti agli occhi uno alla volta, come tanti piccoli pezzi di un puzzle che, solo alla fine, si riesce davvero a comprendere ed apprezzare. Ovviamente, per aumentare la suspence, il regista sguinzaglia qua e là risoluzioni fasulle della verità che Veronica sta cercando ma vi posso assicurare che, se le prime proposte vi sembreranno banali, la conclusione è sicuramente uno strepitoso fuoco d’artificio.

Passando agli aspetti tecnici, vorrei attribuire una nota di merito all’affascinante Bella Thorne che, in questo look emo/dark, riesce veramente a dare il meglio di sé. È forte e carismatica, sicuramente uno dei personaggi in cui l’ho apprezzata di più. Buona anche la performance del suo co-protagonista Richard Harmon, conosciuto soprattutto per il ruolo di John Murphy in The 100. Devo ammettere che questo ruolo non è poi così diverso da quello interpretato nella serie anche se, in I still see you, il suo personaggio risulta meno avvincente. Degli interpreti rimasti, solo Dermot Mulroney, nel ruolo del professore comprensivo e premuroso, è degno di essere nominato. Gli altri purtroppo si riducono a mere comparse e la storia gira attorno ai tre personaggi che ho sopra citato.

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Altro punto di forza del film è certamente la parte acustica, ad opera di Bear McCreary. Agghiaccianti le melodie spettrali inserite nei momenti di tensione, ma mai durante i dialoghi, e intelligente il poco uso dei rumori. L’utilizzo dei silenzi e delle lunghe pause riflette il vuoto lasciato dalle persone morte nell’esplosione.

Passando alle note dolenti, il trucco è assolutamente bocciato. Veronica è sempre (e dico sempre) truccata: la mattina appena alzata, la notte quando si sveglia di soprassalto a causa di un incubo e persino sotto la doccia. Questo, oltre ad essere improbabile e diseducativo nei confronti delle ragazzine che guardano il film, è anche dannoso ai fini della pellicola perché nasconde la bellezza dell’attrice e la trasforma in una maschera. Sono convinta che se avessero optato per qualche scena al naturale, probabilmente l’espressività della Thorne ne avrebbe giovato e sarebbe stata ancora più evidente.

Anche le riprese non mi hanno fatto impazzire. Il regista ha scelto di dare poca importanza ai primi e ai primissimi piani, privilegiando i campi lunghi e i piani medi. Questo è un peccato perché si perdono molto sfumature dell’espressività degli attori. Per la fotografia invece non so che dire, sono indecisa. Sebbene rifletta la natura del film regalandoci quel non so che di sfuggente e raccapricciante, essa resta in superficie e non riesce a penetrare nel profondo della storia. Tuttavia, devo ammettere che gli effetti speciali e l’atmosfera che si crea sono veramente degni di nota.

Per concludere, Sei ancora qui è un film davvero interessante, che affronta il tema del passaggio dalla vita alla morte in una chiave sorprendentemente nuova. È un puzzle in continua evoluzione che solo alla fine si rivela nella sua completezza, con colpi di scena che non avrei mai potuto prevedere.

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