
- TITOLO: The Odyssey
- GENERE: Thriller
- ANNO: 2026
- REGIA: Christopher Nolan
- ATTORI: Matt Damon (Odysseus), Anne Hathaway (Penelope), Tom Holland (Telemachus), Zendaya (Athena), Lupita Nyong’o (Helen/Clytemnestra), Robert Pattinson (Antinous), Charlize Theron (Calypso)
- PAESE: USA
- DURATA: 172 Min
L’Odissea è una delle opere più celebri della storia e, con la sua struttura, ha influenzato una fetta enorme dell’immaginario narrativo occidentale e non solo.
Non credo abbiate bisogno di sentirvi ripetere per l’ennesima volta la sinossi, quindi mi limiterò a dire che, in poche parole, l’Odissea di Omero è il viaggio dell’eroe per eccellenza, un percorso disseminato di peripezie e di ostacoli da affrontare per poter finalmente tornare alla propria amata madre patria. In buona sostanza, la trama é la solida base di ispirazione di un buon ottanta per cento del cinema d’azione hollywoodiano.
Christopher Nolan ama questi parallelismi tra passato e presente e infatti, per rappresentare le avventure di Ulisse, attinge a piene mani dal linguaggio dell’action e dell’horror contemporanei, con qualche passaggio nei peplum e perfino nella fantascienza.
The Odyssey è probabilmente il film di Nolan che più si avvicina alla trilogia di Batman, sia per linguaggio che per struttura narrativa. Perché, in fondo, anche qui parliamo di un eroe tribolato. Solo che questa volta, Nolan prende uno dei più grandi eroi della cultura occidentale e, invece di celebrarlo, lo riporta a casa con la coda tra le gambe.
Trasforma il viaggio di Ulisse in una storia sulla vergogna, sul trauma e sulla responsabilità ed è proprio questa la parte più interessante del film.

Nolan e il suo problema con gli esseri umani
Il mio rapporto con Nolan negli anni è stato, diciamo, altalenante.
Se Inception e Interstellar restano due tra i miei film preferiti di sempre, le sue pellicole dal 2014 in poi non mi hanno più esattamente entusiasmata. Con The Odyssey non posso dire che siamo tornati ai livelli del 2010, ma devo ammettere che Nolan questa volta è riuscito nel suo intento: mi ha fatta salire sulla sua nave e mi ha portata esattamente dove voleva lui. Abbiamo navigato insieme per tre ore senza che sentissi davvero la necessità di scendere dalla sua barca.
Nolan è uno di quei registi da blockbuster che, come Spielberg o Cameron, riescono a trasformare il cinema in un’esperienza collettiva. Le sue immagini hanno peso. Ti sovrastano. Musica, montaggio, fotografia e regia concorrono continuamente a ingigantire quello che stai guardando, che sia una battaglia o semplicemente una stanza vuota.
Ogni scena viene circondata da una specie di aura sacrale. Nolan ti comunica costantemente che quello che stai guardando è importante.
Ed è anche così che negli anni si è costruita attorno a lui la percezione del genio inarrivabile, del regista-ingegnere ossessionato dalla pellicola, dalle cineprese IMAX, dalla CGI ridotta al minimo e dall’ennesimo elemento tecnico “mai visto prima”.
Ogni suo film diventa un’impresa epica… e tu lo sai benissimo, anche perché lui non manca mai di fartelo notare.
Il problema è che questa monumentalità è spesso un’arma a doppio taglio. Le architetture gigantesche promettono spesso più di quanto la sua scrittura riesca poi realmente a dare.
Il suo lato ingegneristico tende a essere più forte di quello drammaturgico. La sua scrittura può risultare algida, fredda, distaccata e, a tratti, inutilmente contorta. I suoi personaggi sembrano ingranaggi di un sistema piuttosto che veri esseri umani. Nei suoi film mi capita più spesso di emozionarmi per un’inquadratura o per una musica piuttosto che per una persona.
I personaggi diventano burattini senza carne che danzano attorno alla vera protagonista: la macchina cinematografica.
Non a caso, alcuni dei suoi lavori più riusciti sono quelli in cui può appoggiarsi a storie e persone che gli forniscono già una base emotiva solida. Ed eccoci quindi all’Odissea.

Ripetiamolo insieme: adattare non significa trascrivere
Qui Nolan parte da personaggi che hanno quasi tremila anni di storia e può piegarli alla propria sensibilità senza dover inventare da zero lo scheletro drammaturgico.
Firma il film, ma la struttura è già lì. Il suo compito diventa scegliere cosa mostrare, cosa eliminare e soprattutto come interpretarlo.
Ed è proprio su questo che vorrei spendere qualche parola: un adattamento non è una trasposizione documentaristica, ma un’interpretazione artistica.
Adattare significa scegliere, trasformare il materiale originale nel carburante di una nuova visione. Non deve essere soltanto un mero esercizio stilistico, tecnicamente spettacolare e costosissimo, ma un nuovo punto di vista su una storia che giá conosciamo.
Quello che arriva sullo schermo non è semplicemente Omero, è quello che Nolan ha visto dentro Omero e dentro Ulisse.
In questo senso, trovo molto interessante anche il riferimento a Emily Wilson, prima donna ad aver pubblicato una traduzione integrale dell’Odissea in inglese. Wilson ha lavorato sul modo in cui secoli di traduzioni maschili avevano introdotto nel testo strutture e giudizi maschilisti che appartenevano più allo sguardo dei traduttori che al testo originale.
Che Nolan abbia scelto proprio lei come riferimento, richiamando anche quel potentissimo “Tell me about a complicated man”, dice parecchio sul modo in cui ha deciso di avvicinarsi alla storia.
Per anni gli è stato rimproverato di non saper scrivere le donne. Qui, per portare sullo schermo Penelope, Circe, Calipso, Elena e Clitemnestra, prova a mettersi in ascolto di un punto di vista diverso.
Il risultato non è perfetto, ma qualcosa si muove.
Tell me about a complicated man
La scelta più radicale del film è proprio Ulisse.
Nolan gli toglie buona parte di quell’aura di ingegno e carisma a cui siamo abituati e si concentra invece sull’uomo sotto il mito. La guerra di Troia viene completamente svuotata della sua gloria. Restano l’inganno, il dolore, il pentimento e soprattutto la morte.
Ulisse non torna dalla guerra come un vincitore. Torna vivo, che è una cosa diversa.
Il film insiste sul fatto che la guerra non abbia prodotto veri vincitori, soltanto uomini sopravvissuti abbastanza a lungo da dover convivere con quello che hanno fatto. E l’Ulisse di Nolan non vuole tornare a casa proprio per questo.
Il viaggio verso Itaca diventa progressivamente una decostruzione psicologica. Ogni tappa esterna corrisponde a un movimento interiore. Ogni prova gli porta via un altro pezzo dell’eroe che pensava di essere.
Nolan si chiede cosa succeda quando l’uomo, che per tutta la vita si è raccontato come brillante, valoroso e indispensabile, è costretto a guardare il mostro che è maturato dentro di lui.
E qui il film funziona davvero.
Per la prima volta da parecchio tempo Nolan parla di emotività maschile senza nasconderla dietro a sette livelli temporali, due universi paralleli e un diagramma di flusso. C’è semplicemente un uomo che vuole tornare a casa o, meglio, un uomo che continua a trovare nuovi modi per rimandare il momento in cui dovrà farlo.
Questo perché tornare a casa significa affrontare Penelope. Significa affrontare suo figlio. Significa chiedersi se in quella casa esista ancora un posto per lui. Ma soprattutto significa guardare in faccia l’uomo che è diventato.
E sa che quell’uomo non gli piacerà affatto.

Le sirene e il rimpianto
La chiave di lettura dell’intero film, per me, sta nella brevissima scena delle sirene.
L’immaginario popolare ce le ha consegnate come bellissime donne che attirano gli uomini verso la morte attraverso il desiderio. Una lettura estremamente comoda: l’uomo perde il controllo perché la donna lo tenta.
Le sirene di Omero sono già più complesse. Promettono conoscenza. Sanno tutto delle imprese e delle sofferenze degli uomini. Ascoltarle significa accedere a una verità assoluta, ma al prezzo di dimenticare il resto del mondo.
Nolan prende entrambe queste interpretazioni e ne fa ciò che vuole. Le sue sirene rimangono nascoste nella nebbia. Non ci sono corpi da desiderare e non sentiamo il loro canto… però lo vediamo riflesso sul volto di Ulisse.
E basta la sua espressione per capire che quelle creature hanno riaperto qualcosa di devastante. Le sirene di Nolan cantano il rimpianto. Ti mostrano prima ciò che desideri più di ogni altra cosa. Poi ti dicono che ormai è irraggiungibile. E infine ti ricordano che quello che desideri lo avevi già, ma hai scelto di abbandonarlo e non hai capito quanto fosse prezioso finché non lo hai perso.
Questo rimpianto per Ulisse ha due volti.
Il primo è la famiglia, tutto ciò che ha sacrificato per una guerra combattuta in nome dell’onore. Il secondo è se stesso: l’uomo che era prima della guerra, prima del cavallo di Troia e prima dei tanti innocenti trucidati anche a causa sua.
Il dolore che vediamo scavato sul suo volto al canto delle sirene è dato soprattutto da questo secondo volto: anche tornando a Itaca, Ulisse è consapevole che non potrà mai davvero tornare indietro, non sará mai piú l’uomo che era prima della guerra di Troia.
Il cavallo di Troia non è stato poi un così grande colpo di genio
Nolan rifiuta apertamente la lettura gloriosa della guerra. Il cavallo di Troia, massima dimostrazione dell’ingegno di Ulisse, diventa qui uno strumento di inganno e di sterminio.
Ulisse ha avuto l’idea, l’ha pianificata e ha convinto gli altri uomini a seguirlo. Ora deve convivere con le conseguenze delle sue decisioni ed è proprio questo che rende il suo senso di colpa così difficile da sopportare.
Il film non lo assolve. Nolan non prova pena, ne tanto meno osanna, gli eroi dietro l’armatura. Al contrario, ne giudica l’uomo e la moralità delle scelte.
Perfino le ragioni della guerra vengono private della loro patina romantica. Elena è sostanzialmente un pretesto. Dietro di lei ci sono Agamennone, il potere e gli interessi economici legati alle rotte commerciali. Le guerre vengono raccontate per quello che molto spesso sono: questioni di potere, espansione e controllo.
Ulisse torna vivo, ma non vittorioso. Perché in una guerra del genere non ci sono davvero vincitori.

Gli Dei e la rappresentazione del rimpianto
Una delle idee migliori del film riguarda la rappresentatione degli Dei. Nolan non chiarisce mai completamente cosa siano.
Esistono davvero? Sono manifestazioni soprannaturali? Sono proiezioni della psiche di Ulisse? La risposta sembra essere un mix di tutto ciò.
Gli Dei agiscono nel mondo, ma contemporaneamente danno un volto all’interiorità di Ulisse.
Tiresia gli mostra non soltanto gli uomini che ha già sacrificato, ma quelli che continueranno a morire per le sue decisioni. Gli mette davanti una condanna circolare: Ulisse è disposto a sacrificare tutto per tornare a casa, ma più sacrifica, meno sente di meritare quella casa.
Ogni passo verso Itaca lo allontana da se stesso.
Anche Atena appartiene a questa dimensione. Lo accompagna, lo osserva, lo ammonisce e lo giudica, assumendo il volto della ragazza troiana morta durante la caduta della città. È il senso di colpa che prende forma.
Poi c’è Poseidone. Forse la scelta più radicale: il Dio più importante del poema non ha qui bisogno di un corpo.
Poseidone è il mare. Un mare infinito, a volte furioso e a volte completamente immobile, che respinge Ulisse e contemporaneamente lo trattiene lontano da casa.
Ulisse ha passato la vita cercando il punto debole degli avversari, trovando il trucco, usando l’ingegno. Ma il mare non puoi ingannarlo, puoi soltanto attraversarlo.
Per me è difficile non leggere tutto questo come una metafora della psiche. La superficie calma, le correnti sotto, i mostri che hai sepolto abbastanza in profondità da convincerti che non esistano più.
Ulisse cerca inizialmente di affrontare il dolore come affronta qualsiasi nemico, di petto, ma il dolore, esattamente come il mare, non si combatte. Bisogna passarci attraverso.
I personaggi femminili e la vulnerabilità maschile
I personaggi femminili nell’Odissea sono prettamente funzionali al viaggio di Ulisse.
The Odyssey però scava più a fondo sulla distanza tra ciò che queste donne vorrebbero fare e ciò che possono effettivamente fare all’interno di una società patriarcale, nonché alle strategie che queste devono inventare per muoversi dentro questa distanza.
Circe e Calipso, per esempio, rappresentano due reazioni opposte alla vulnerabilità maschile.
Circe è rabbia.
Samantha Morton la porta in scena ferita, traumatizzata, consumata da ciò che ha vissuto. Lei trasforma gli uomini in bestie perché è convinta di limitarsi a rivelarne la vera natura.
La scena rischia parecchio quando Ulisse arriva a sviolinare il patetico clichè di “not all men”, ma il film si salva in calcio d’angolo affrontando il tema con una certa umiltà. Non nega quello che Circe ha vissuto. Le chiede piuttosto se il trauma non abbia finito per trasformare anche il suo sguardo in una prigione. È una scena semplificata, forse troppo, ma conserva una sua logica.
Calipso, al contrario, affronta la vulnerabilità maschile, e quindi di Ulisse, attraverso la cura.
Nolan evita il cliché dell’amante possessiva che imprigiona l’uomo sull’isola perché vuole tenerlo tutto per sé. Il fiore di loto non diventa uno strumento per controllare Ulisse, ma una tregua.
Calipso capisce che quell’uomo in quel momento è troppo spezzato per ricordare e gli concede di non farlo. Non vuole possederlo, non vuole che rimanga per sempre. Quando Ulisse comincia a desiderare nuovamente i propri ricordi, lei lo accompagna dentro ciò che aveva rimosso. Poi lo lascia andare.
Elena e Clitemnestra funzionano ancora diversamente. Sono due donne trattate dagli uomini come trofei.
Il film non scioglie completamente la questione se Elena sia stata rapita o abbia scelto di andarsene, ma lascia molto spazio alla seconda lettura, soprattutto attraverso un Menelao mostruoso che arriva a sfregiarla.
Elena era la donna più bella del mondo e lui considera quella bellezza una sua proprietà. Quando lei cerca di sottrargliela, lui la distrugge. Elena però non si lascia abbattere, continua a mostrare il suo orgoglio di donna e a dire la sua opinione. Non puó rovesciare il potere del marito e non puó andarsene, è fisicamente bloccata, ma continua comunque ad opporsi a lui.
Clitemnestra, sua sorella, è invece più fisicamente attiva. Il marito Agamennone entra in scena come una presenza enorme, quasi indistruttibile, mentre lei sembra vivere ai margini del suo corpo e del suo potere. Poi lui sacrifica la loro figlia Ifigenia e Clitemnestra smette di accettare il ruolo della proprietà sacrificabile.
Nella vasca, quella figura gigantesca crolla per mano di una madre ferita. È un gesto semplice, ma proprio per questo funziona.
E infine, c’è Penelope.

Penelope, una vera regina in un mondo di uomini
In The Odyssey, Penelope poteva facilmente diventare il cliché della moglie fedele che aspetta il marito a casa mentre lui va in giro per il Mediterraneo a vivere avventure.
Nolan decide invece di concentrarsi su cosa significhi davvero quell’attesa. Per vent’anni Penelope non è rimasta immobile, ha governato Itaca, ha protetto il palazzo e ha cresciuto un figlio.
Nonostante abbia di fatto esercitato il potere per decenni, quel potere continua a esserle concesso soltanto in prestito. Lei governa perché sta facendo le veci del marito oppure dovrà sposare uno dei Proci, consegnando a lui il titolo di re.
È questa la vera gabbia di Penelope. La sua risposta appare passiva solo perché il mondo non le fornisce strumenti più diretti. Non può cacciare i Proci, non può semplicemente proclamarsi sovrana e non può eliminare le pretese maschili attorno al trono.
Quindi inceppa la macchina e la tiene ferma per anni.
Ed è per questo che il ritorno di Ulisse assume un significato diverso. Quando lui arriva travestito da mendicante, inizialmente nasconde il volto per capire se esista ancora un posto per lui a Itaca. Poi parla a Penelope di se stesso in terza persona.
Le racconta gli orrori che ha commesso senza dirle che è suo marito. In quel momento, non è Ulisse a mettere alla prova Penelope. È Penelope che mette alla prova lui.
L’arco serve a capire se dentro quell’uomo distrutto dalla guerra sia rimasto qualcosa della persona che aveva amato. Ulisse torna davvero con la coda tra le gambe e, finalmente, è Penelope a decidere se riconoscerlo, se perdonarlo e se accoglierlo.

Un cast di celebrity: qualche volta “less is more”
E poi c’è il cast. La scelta di riempire il film di celebrity è un’arma a doppio taglio con cui, negli ultimi anni, Christopher Nolan si é sempre divertito a giocare.
Capisco perfettamente che qualche star aiuti il botteghino. Il problema nasce quando chiunque attraversi l’inquadratura appartiene già a un altro universo cinematografico gigantesco.
Tu vorresti vedere Ulisse, Telemaco e Penelope, ma a un certo punto ti ritrovi a guardare Spider-Man discutere della guerra di Troia con Catwoman. Inevitabilmente qualcosa si rompe. Il film rischia di trasformarsi in una sfilata di star del momento vestite in costume.
Matt Damon, per me, ne è il caso più evidente.
Ulisse dovrebbe avere un carisma capace di bucare lo schermo. È l’uomo che ha convinto un intero esercito a seguirlo verso la morte. Dovremmo percepire continuamente che sta pensando, calcolando e cercando una via d’uscita.
Questa cosa in Matt Damon non esiste quasi mai. Sembra spesso il classico povero americano sfigato vittima degli eventi, troppo neutro e troppo distante. Manca seduzione, manca ambiguità, manca quella sensazione che Ulisse abbia sempre un’altra carta nascosta nella manica.
Anche Tom Holland si porta dietro troppe sfumature di Peter Parker. Le solite faccette del ragazzino sorpreso dagli eventi sono ancora tutte lì.
Peccato, perché il tratto fondamentale di Telemaco dovrebbe essere la crescita. Parte insicuro e passivo e diventa progressivamente un uomo capace di viaggiare, parlare in pubblico, combattere e prendere decisioni.
Qui quella trasformazione rimane debolissima. Il Telemaco di Holland è soprattutto un ragazzo capriccioso, schiacciato dall’ombra di un padre mai conosciuto.
Fortunatamente, altri riescono molto meglio a sparire dentro i personaggi.
Anne Hathaway è una Penelope magnifica: portamento, intensità e ferocia. Una presenza statuaria capace di tenere a bada i Proci e proteggere il trono.
Samantha Morton costruisce una Circe sporca, ferita e affascinante.
Robert Pattinson è probabilmente la vera punta di diamante del film. Trasforma Antinoo in una creatura viscida, codarda, repellente, rinunciando completamente al suo sex appeal.
Infine, Benny Safdie praticamente scompare dentro Agamennone: enorme, minaccioso, quasi mostruoso dentro la sua armatura nera, fino al momento in cui viene letteralmente messo a nudo poco prima della sue morte.
Tre ore, sorprendentemente lineari
Un’altra bella sorpresa dell’Odissea di Nolan è la sua struttura. Nolan mette temporaneamente da parte gran parte dei suoi esperimenti cronologici e racconta una storia quasi incredibilmente lineare.
Un uomo vuole tornare a casa e una serie di ostacoli glielo impediscono. Fine.
Naturalmente il poema originale era infinitamente più stratificato. È pieno di racconti dentro altri racconti, deviazioni, personaggi, episodi e cambi di prospettiva.
Trasporlo integralmente sarebbe stato impossibile in tre ore…probabilmente anche in sei. Quindi Nolan taglia.
Alcuni incontri durano pochissimo, alcuni personaggi vengono semplificati e interi livelli del poema spariscono, ma semplificare, in questo caso, non significa automaticamente impoverire.
Significa piuttosto scegliere dove mettere il peso e Nolan lo mette quasi interamente su Ulisse e sulla sua umanità.
Anche il foreshadowing funziona molto bene.
I tamburi che accompagnano Agamennone sembrano inizialmente celebrare un Dio della guerra, ma con il senno di poi diventano una marcia funebre.
Atena porta con sé fin dall’inizio qualcosa di misterioso che acquista senso soltanto quando comprendiamo il legame con la ragazza troiana.
L’arco di Ulisse viene preparato e ripetuto fino a trasformarsi nel ricordo materiale dell’uomo che era.
Questa volta Nolan non complica una storia già complessa per dimostrarci quanto sia intelligente. Fa quasi il contrario: toglie. E proprio togliendo riesce a scavare più a fondo.

IMAX, 70 mm e timpani sacrificati agli Dei
Ovviamente stiamo sempre parlando di Nolan, quindi la questione tecnica occupa inevitabilmente mezzo Olimpo.
Il film è stato girato pensando all’IMAX e alla proiezione in 70 mm. In quel formato l’immagine contiene molto più spazio verticale e una definizione enorme.
Questo non significa che vederlo in una sala normale equivalga a guardarlo sul display del frigorifero, però si sente che qualcosa manca. Soprattutto nei primi piani, il crop può risultare soffocante e sembra quasi incatenare i personaggi dentro l’inquadratura.
Il problema più fastidioso, però, per me resta il suono. In alcune sale europee, generalmente più piccole rispetto a certi giganteschi cinema americani per cui questi mix sembrano pensati, il volume raggiunge livelli che smettono di essere epici e diventano soltanto sgradevoli.
A un certo punto non stai più contemplando la potenza dell’oceano. Stai pensando ai tuoi poveri timpani.
E poi arriva quel dannato finale…
Ed eccoci al vero problema del film.
Dopo tre ore passate a decostruire la violenza, il mito dell’eroe e l’idea della guerra come spazio di gloria maschile, Nolan arriva a Itaca e sembra improvvisamente ricordarsi di dover girare un film d’azione.
Ulisse riprende il trono attraverso la violenza. E questo, di per sé, non sarebbe necessariamente un problema. Il problema è come viene rappresentato.
I Proci sono centinaia ma, con la tradizionale educazione degli sgherri nei film d’azione, decidono di affrontarlo praticamente uno alla volta, in fila, come alle poste.
L’uomo fragile, stremato, consumato dalla vergogna e dal senso di colpa che abbiamo seguito per tre ore torna improvvisamente a sterminare esseri umani con l’efficienza di Terminator.
E soprattutto il film vuole farci godere quel momento.
Qui per me crolla buona parte del discorso costruito fino a quel punto.
Abbiamo mostrato il cavallo di Troia non come un capolavoro d’ingegno, ma come uno strumento di sterminio. Abbiamo seguito un uomo incapace di perdonarsi per la violenza che ha generato. Abbiamo trasformato la guerra in morte, trauma e responsabilità. E poi arriviamo a Itaca e il massacro diventa improvvisamente liberatorio, spettacolare ed eroico?
È vero che Antinoo e i Proci sono costruiti perfettamente per ottenere la voglia di sangue: sono viscidi, violenti e vigliacchi. Nolan vuole che arriviamo al finale desiderando di vederli puniti.
E infatti lo desideriamo, ma è proprio questo il cortocircuito.
Se quel massacro fosse stato rappresentato come la dimostrazione definitiva che Ulisse non sa più esistere senza combattere, avrebbe avuto perfettamente senso. Se fosse stato l’ultimo gesto disperato di un uomo ormai irrimediabilmente trasformato dalla guerra, sarebbe stato tragico. Se avessimo visto il disgusto invece della gloria, la sofferenza invece della liberazione, il sangue invece dell’eroismo, tutto il viaggio sarebbe arrivato alla sua conclusione naturale e avrebbe mantenuto il suo senso.
Invece Nolan passa tre ore a decostruire un eroe e poi, proprio negli ultimi metri, sembra avere paura di lasciarlo davvero in pezzi.
Un commento di cuore
Il finale quindi è, secondo me, una triste promessa infranta. Per gran parte della sua durata The Odyssey è molto più intimo, introspettivo e doloroso di quanto il gigantismo produttivo lasciasse immaginare.
La macchina promozionale prometteva un colossal epico. Nolan consegna soprattutto la storia di un uomo che scopre che tornare a casa non significa necessariamente poter tornare quello che era.
È un film sulla vergogna, sul rimpianto e sulla responsabilità, sulla distanza tra sopravvivere a una guerra e riuscire davvero a lasciarsela alle spalle.
Non tutto funziona: alcuni personaggi rimangono simboli prima ancora che esseri umani, il casting a tratti spezza l’immersione, Matt Damon non riesce mai a convincermi completamente come Ulisse e il finale contraddice in maniera quasi irritante il discorso che il film aveva costruito fino a quel momento.
Eppure Nolan, questa volta, mi ha portata con sé. Per tre ore abbiamo attraversato il Mediterraneo insieme a un uomo che passa metà del viaggio cercando disperatamente Itaca e l’altra metà cercando una scusa per non arrivarci.
Abbiamo visto per la prima volta la fragilità umana dietro l’eroe, la vergogna dietro la vittoria e l’orrore dietro l’ epicitá. Questo é ciò che Nolan ci ha regalato e su cui ci ha fatto riflettere e, come Ulisse che tornando ad Itaca non sará mai più lo stesso, forse anche noi rileggeremo l’Odissea con occhi diversi da oggi in poi.
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