“La Fontana” di Marcel Duchamp

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Quando pisciare insegna a guardare

Liberare la mente, rompere le regole, non fermarsi alle apparenze, insegnare agli occhi ad osservare e non solo a vedere è possibile. Lo ha rivelato nel 1917 Marcel Duchamp prendendo un disgustoso e comunissimo orinatoio, appendendolo al muro ruotato di 90°, firmandolo “R. Mutt” e chiamandolo “La Fontana”.

Quello che apparentemente era un banale oggetto della quotidianità – anche un po’ imbarazzante perché legato alle funzioni fisiologiche più intime e basse, di più un “ready-made”, una merce prodotta in serie, preconfezionata, pronta all’uso ed al consumo – è diventato non solo un capolavoro, ma il manifesto dell’arte contemporanea, il punto di riferimento per chi, dopo quell’anno, si è voluto cimentare con i segreti che erano di Michelangelo, di Raffello, addirittura di Monet o dello stesso Van Gogh.

Eccola la Fontana, lo strumento di non grande valore economico atto a ricevere l’urina espulsa dal corpo, il prodotto finale dell’escrezione renale, trasformato in una fonte, in un abbeveratoio, ora destinato ad una funzione diametralmente opposta: non più destinatario, donatore di linfa vitale dell’organismo umano: l’acqua.

E, di più, una delle maggiori espressioni del gusto del ventesimo secolo, riproposto, per generazioni, da innumerevoli artisti. È bastata una firma, quel “R. Mutt” messo là in fondo come a segnarne l’unicità, l’irriproducibilità.

Ma non basta, quel cesso – quella specie di pitale, quel vespasiano, quella latrina – è anche la volontà di provocare la società e sconvolgere il tradizionale concetto di opera d’arte, attraverso ironia e dissacrazione. Ed è, appunto, l’invito a riflettere sullo scarto tra apparenza e realtà.

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Chi riesce a superare la reazione riprovevole e ripugnante, il pregiudizio epidermico ed istintivo, coglie l’essenza ed il tocco geniale della “Fontana”, la straordinaria capacità di Duchamp di prendere un articolo ordinario della vita di ogni giorno e collocarlo in modo tale che il suo significato d’uso scompaia, lasciando il posto ad un nuovo punto di vista, così da proporre un modo diverso di concepire cosa sta dinnanzi ai propri occhi e la natura stessa di quell’oggetto.

In questo modo l’artista si fa portavoce di un nuovo modo di rappresentare la realtà, si trasforma in un attento educatore dello sguardo e insegna ad osservare le cose da un altro punto di vista. Duchamp mostra quanto profondamente sia sbagliato giudicare tutto dall’apparenza e come, un oggetto, apparentemente brutto, di più ributtante, possa comunque nascondere in sé poesia.

Seguendo il suo esempio, si può imparare ad andare oltre, a scardinare le catene che la società imprime fino a mettere in discussione tutto ciò che solitamente si è abituati a sentire o a pensare, per riuscire ad afferrare ciò che c’è di più c’è oltre le apparenze, fino a raggiungere l’anima delle cose.

E ci si può convincere che quanto più conta non è l’aspetto, ma ciò che si può trovare se solo si riesce a comprendere cosa alberga “oltre”.

La Fontana mostra quanto la perfezione sia sopravvalutata e invita a comprendere che la bellezza non è altro che un malefico inganno pronto ad ammaliarci con il suo guscio sfavillante, il quale non contiene altro che polvere, se non quella straordinaria che gli attribuiamo noi.

Questo nuovo modo di esprimere indignazione e alterità nacque nel pieno del primo conflitto mondiale, quando morte e sofferenze avevano ormai cancellato, senza pietà, le avanguardie artistiche che, fino ad allora, avevano esaltato la bellezza dell’esistenza. Proprio nel 1917 si formò, a Zurigo, un gruppo anti-artistico e anti-estetico, conosciuto meglio come Dada, che avrebbe per sempre cambiato la concezione di “arte”.

I Dadaisti, infatti, concepirono una nuova forma espressiva del tutto svincolata dal mondo naturale e dal fluire della storia. Misero in dubbio e stravolsero le convenzioni dell’epoca, l’estetica cinematografica e quella artistica, rifiutando la ragione e la logica, ed enfatizzando la stravaganza, la derisione e l’umorismo. I suoi membri, tra i quali lo stesso Duchamp, erano volutamente irrispettosi e provavano disprezzo nei confronti delle usanze del passato, ricercando la libertà creativa e utilizzando materiali di ogni genere in tutte le forme disponibili. Con l’avvento del Dadaismo, l’artista non era più un’espressionista della società, ma un acerrimo nemico che ne evidenziava le contraddizioni.

La Fontana divenne subito il manifesto di questo movimento e l’opera che meglio incarnava gli ideali del Dadaismo. Il filosofo Stephen Hicks, parlando di quel “ready-made” di Duchamp, ha scritto: «L’opera non è un oggetto speciale… venne fabbricato in serie. L’esperienza artistica non è esaltante e nobilitante… nel migliore dei casi è confusionaria e lascia spesso disgustati. Ma all’infuori di ciò, Duchamp non ha semplicemente scelto un ready-made qualsiasi da mostrare. Utilizzando l’orinatoio, il messaggio dell’artista è evidente: l’Arte è qualcosa su cui puoi pisciare».

Con la sua scelta sprezzante, Duchamp era riuscito a cambiare completamente il concetto d’arte fino ad allora proposto, dimostrando che non serve nascere Michelangelo o Raffaello per essere artisti, ma basta un briciolo di fantasia e genialità, osservando le cose da un altro punto di vista.

Con lui e con il Dadaismo, per la prima volta, l’arte fu tutto e nulla: lo sgomento e il disagio erano creati non dall’uso dei colori o da tecnicismi accademici, ma attraverso i “ready-made”, attraverso ricomposizioni o fusioni, volti a provocare chi li osserva. I quali, se avvicinati in maniera superficiale avevano una loro funzione, ma se assaporati nel profondo, come doveva essere, potevano portare ad un disagio esistenziale.

Ecco da dove si è passati per liberare la mente, rompere le regole, non fermarsi alle apparenze, insegnare agli occhi ad osservare e non solo a vedere. È possibile. Ancora.

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